“Attraverso la violenza forse puoi risolvere un problema, ma pianti i semi per un altro.”
Buddha Siddhārtha Gautama

Simbolo della vita ma le spetta la morte.
Divinizzata. Demonizzata. Maltrattata e abusata.
Colei che sedusse Adamo con la sua mela.
Oggetto di stupri, di violenza di genere, di licenziamenti se gravida: la donna.
Nascere donna non è certo facile, ma immaginare di dover morire prima di nascere è una barbaria senza precedenti.
In India, una pratica molto diffusa è quella di abortire quando si scopre di aspettare una figlia femmina.
Non stiamo parlando di una moda transitoria, di una necessità dettata dalla salute precaria della donna o del nascituro, di aborto terapeutico o per ragioni personali, ma di un omicidio.
Ebbene si, quando il fiocco azzurro diventa rosa e le braccia per i campi diventano gonne da indossare e da sposare, si sceglie l’interruzione di gravidanza.

Sono passati gli anni ma, a quanto pare, in alcune parti del mondo la vita delle donne vale davvero molto poco.
Qualche donna la si lascia nascere ancora, come fosse una maschilistica concessione,  giusto per poter procreare ancora, ma pensare di riconoscere il suo reale valore, sembra essere una consapevolezza ancora chimerica.

Vediamo cosa accade in India

Il primo ministro, Nerendra Modi,  invita a dire basta a questa atroce barbaria, e promuove una campagna anti-aborto di genere per arginare questo fenomeno dilagante.
La campagna proporne un selfie da mettere online.
Fate una foto con le vostre figlie femmine per dimostrare quanto è bello crescerle e farle studiare e postatele sui vostri social network.”
L’ahashtag si chiama #SelfieWhithDaughter ed è spesso abbinato a una campagna “pro-istruzione” per le donne.
L’iniziativa ha come obiettivo quello di combattere questa atrocità.
È impensabile che ai giorni d’oggi si decida, a sangue freddo, se far nascere un maschio o una femmina. Come se il valore di una vita dipendesse dal sesso e da niente altro.
Sembra che un bambino di sesso maschile sia privilegiato già in utero e che una bambina, invece, sia portatrice sana di inutilità e di guai.
Una bambina sembra destinata a un fato avverso, a lotte e sofferenze, ad atroci maledizioni e a morte prematura.
La pratica dell’aborto di genere è una paratia illegale, che porta con sé tutti gli ovvi rischi per la salute della madre: donna che sarà obbligata a interrompere la gravidanza, che lo voglia o meno.
Senza considerare poi il lutto vissuto e subito, il sentimento di perdita e la dimensione della colpa provata dalla donna, per quel naturale e meraviglioso processo di identificazione tra madre e figlia femmina che si organizza già in dai primi mesi di gravidanza.

Ogni donna che ha in grembo un figlio desidera proteggerlo a tutti i costi a prescindere dal sesso, e spesso, dalle condizioni di salute del feto.
Le bambine sono un vero peso per la società indiana, vengono cresciute a malapena, pensando soltanto, e a malincuore, alla loro dote e non alla loro istruzione e possibile felicità.
Le bambine nate sono destinate soltanto al matrimonio e a generare figli, ovviamente sani e “maschi”. Le donne indiane che, non si sa bene con quale criterio, vengono lasciate in vita, serviranno alla prosecuzione della specie.
saranno niente di più che un’incubatrice.
Le bambine non vengono educate, infatti, centonovanta milioni di donna sono analfabete e non possono aspirare alla felicità.

Credo che non ci siano parole per commentare questi atroci delitti che si consumano sotto gli occhi di tutti e sotto gli occhi di un paese che, governato ancora da antichi retaggi culturali, diventa connivente e complice, perpetuando nel tempo questi efferati omicidi.

Spezzone di una email sull’aborto

Gentile dottoressa Randone,
mi sono permessa di scriverle perché dopo avere letto questo suo articolo, sono sprofondata in un’angoscia terrificante.
Sono una giovane donna di 38 anni, che purtroppo non è riuscita a diventare madre per un destino avverso.
Ho dovuto subire due interruzioni di gravidanza a causa di malformazioni congenite del feto. Non si sa per quale motivo il mio utero genera soltanto bambini marci. Malati. Destinati alla malattia e alla morte.
Così dovevo decidere se ucciderli in utero o aspettare che passassero dalle atroci sofferenze della malattia che portano in dote.
Che mio marito e io gli infliggiamo come un marchio di fabbrica.
Dopo questa esperienza terrificante che mi ha fatto precipitare nel baratro di uno sconforto insanabile, ho tentato più volte la fecondazione assistita, rischiando addirittura la vita.
Mio marito e io siamo molto credenti e abbiamo affidato la nostra vita a Dio, ma nonostante tutto, le nostre preghiere e la nostra fede non placano la voglia di diventare genitori.
Il bisogno di vita.
Le dico soltanto, e con questo concludo per evitare di rivivere l’inferno che conosco molto bene, che quando ho dovuto decidere di uccidere i miei due bambini, uno psicologo mi ha tenuto per mano prima durante e dopo, e nonostante ciò, continuano a non perdonarmi per averlo fatto.
Leggere un articolo come questo, che denuncia una cultura molto diversa dalla nostra, che oserei chiamare non cultura, ferisce profondamente l’animo di tutti gli esseri umani e il mio che di ferite non ne può contenere più.
Mi auguro di cuore che questi suoi scritti possano scalfire le coscienze indurite da una mancanza d’amore e di spiritualità.
Lei, per favore, non smetta di scrivere.
Una sua affezionata lettrice.