Divorzio lampo. Divorzio lento e duraturo. Divorzio perché l’amore giunge al capolinea. Divorzio perché si viene rapiti da un nuovo amore. E ancora, divorzio consensuale o giudiziale, ma è pur sempre divorzio. Ci sono tanti motivi per divorziare e dirsi addio, ma il tragitto verso l’elaborazione della sofferenza non cambia e non risparmia nessuno: né i frettolosi né i letargici.

“I veri addii scattano nella mente, sono silenziosi.
Sono i più veri, i più pericolosi.
Sono quelli che tieni per te.
Puoi anche continuare a sentirla una persona, ma non ti avrà più se l’hai salutata dentro”.
Massimo Bisotti

Qualche riflessione

Qualche tempo addietro per divorziare necessitavano tre anni, un tempo più o meno ragionevole per fare i conti con il passato, chiudere nel cassetto dei ricordi le emozioni ed elaborare il trauma della fine di un amore. Oggi si fa tutto in fretta. Divorzio incluso. L’amore, soprattutto ai nostri giorni, sembra essere una malattia virale nella sua forma acuta, ma di breve durata in una forma più stabile e qualitativamente longeva. Molte persone si innamorano e si fidanzano, si sposano e si tradiscono, si separano e si risposano, il tutto avviene spesso in un lasso di tempo davvero breve.
Una relazione d’amore, come sappiamo, non è sempre a prova di tempo! Innamoramento lampo, segue matrimonio – altrettanto lampo – infarcito di incomprensioni e tradimenti, quindi  segue ancora – sempre di corsa – il divorzio. Lampo. Breve. Consensuale. A costi – economici e psichici – contenuti.
Come se, prima ci si libera del partner, e meglio è.

Ma la psiche ha davvero questi tempi così lapidari e veloci quando c’è stato davvero amore?

  • Siamo davvero certi che basti una certificazione di divorzio affinché  il ricordo dell’ex non faccia più tanto male?
  • Che, a pratica protocollata, non ci saranno rimpianti e rimorsi?
  • Che nessuna foto, musica o ristorante riporteranno nel cuore e nella mente il passato?

Il divorzio breve obbliga a rimettersi in discussione, quindi a dovere, quasi per forza, cercare un nuovo partner nel più breve tempo possibile.
Gesto simbolico che, associato alla documentazione, sancisce un nuovo inizio. In questo momento storico sembra non esserci spazio per il lutto, il dolore e il tempo necessario per la sua elaborazione.

Un trauma nel trauma

  • Ma, siamo certi che, “chiodo scaccia chiodo” funzioni davvero?
  • O, forse, tende a rinforzare e mantenere in vita  un passato non ancora elaborato?
  • Il nuovo possibile partner velocizza la fine, o facilita il confronto?

Ricevere un atto giudiziario che sancisca la fine di un matrimonio, non significa che quel legame – d’amore, burrascoso, che ci ha resi genitori o folli – sia finito davvero. Esiste il divorzio giuridico e quello psichico che, solitamente, viaggiano su due binari davvero asincroni dal punto di vista temporale. Testa e cuore fanno a botte.
Il passato, spesso idealizzato, fa a pugni con un presente doloroso e ingombrante
Il desiderio di rivincita, di libertà e di ricominciare, fa a pugni con la paura e con la malinconia, in questa giostra di emozioni altalenanti, non sempre l’atto giudiziario sancisce davvero la fine del matrimonio e la possibilità di un nuovo inizio.

Non tutti i partner reagiscono al divorzio con lo stesso modus operandi

  • C’è  chi si rifà la vita in un giorno, chi gira pagina – ma forse la pagina l’ha già girata da tempo – e chi si sente “vedovo” per il resto della vita.
  • Una vedovanza dell’anima, la mancanza di come eravamo in “quel dato legame d’amore”.
  • La vedovanza per quelle parti di noi che vivevano grazie a quell’Amore.
  • E, come dice Rolan Bart il “male all’altro” continua ad agire dentro di noi.

L’elaborazione del lutto affinché non sia patologico: tempo e dolore

Un lutto, solitamente, dovrebbe durare due anni circa. Dopo i due anni, più o meno canonici, si può iniziare a parlare di “cronicizzazione del lutto” o di “lutto patologico” che cela o slatentizza altre problematiche psichiche pregresse del protagonista di questo amore naufragato.
Cosa poter fare da soli in questi casi, prima di valutare l’ipotesi di rivolgersi a un professionista?

Bisogna prendersi cura affettuosamente del proprio dolore

Non evacuarlo.
Non negarlo.Non spostarlo o sublimarlo.Il dolore, purtroppo, va analizzato e attraversato con coraggio. Quando ci smarriamo, solitamente, impariamo a conoscere parti di noi a cui mai avremmo avuto accesso in condizioni di massima serenità.
Il dolore trasforma.Fa crescere.Amplia gli orizzonti emotivi.Diventa terapeutico stare nel “qui e nell’adesso“, anche se la tendenza regressiva di rivisitare il passato è sempre dietro l’angolo, praticamente in perenne agguato.

Adoperare la rabbia

Questa ipotesi del vivere sembra evocare paura, ma la rabbia è propedeutica a un cambiamento. Il dolore per un amore letale, nocivo e corrosivo, va via quando i protagonisti di quel legame saranno in grado di cambiare davvero; e quando l’arrendevole  sottomissione lascerà il posto alla rabbia e a un sano egoismo. Quando un amore toglie più che da, quando un amore prosciuga più che concima, quando un partner si nega invece di concedersi, oppure, non concima e non investe più, quando non rema più a favore ma contro, in questi casi, un amore  giunge al capolinea. Alla sua fine.
In questi casi l’elaborazione della sua fine diventa l’unica strada da poter percorrere.

Quando un amore tossico va via, non è un vuoto che lascia, ma spazio

La vera terapia per elaborare la perdita – anche nei casi di apparente sollievo e liberazione, ogni fine porta con sé dolore e sofferenza – è incontrare davvero sé stessi, con i nuovi bisogni, a lungo negati o tacitati per amore del partner, e imparare a prendersi cura di se.
Soltanto allora – che siano passati tre anni o tre mesi, con un divorzio breve o dolorosamente lungo – si diventa migliori di prima e si è davvero in grado di incontrare qualcuno migliore dell’ex: sé stessi.

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