Chiedimi se sono felice. 20 marzo, giornata mondiale della felicità

//Chiedimi se sono felice. 20 marzo, giornata mondiale della felicità
  • Felicità

Ci svegliamo imbronciati, più lamentosi del solito, talvolta senza motivo apparente.
La colpa non è nostra, nessuno ci ha mai insegnato come essere felici.
Ci hanno detto come essere bravi a scuola, ordinati e disciplinati, come allenare la buona volontà, ma la felicità sembra non appartenere al nostro bagaglio di crescita.
La felicità, invece, andrebbe insegnata ed anche festeggiata.
Sempre.
L’Onu, in un momento storico di sciagure ad oltranza, mentre il mondo va a rotoli, ha istituito la giornata mondiale della felicità.
Si svolgerà in tutto il mondo il venti marzo.

Cosa sarà mai la felicità?

La felicità è talmente nebulosa quanto indispensabile, ma non abbiamo chiaro né come essere felici, né come mantenere questo stato di agognato benessere a lungo.
La felicità potrebbe essere salute e partner-correlata, lavoro-dipendente, ed ancora, dipendere dalla stagione della vita in cui ci troviamo, o da come la stiamo vivendo.
Cresciamo i nostri figli a pane e responsabilità – “Si fa, non si fa. Non si deve, non si dice. Prima il dovere e poi il piacere. Pensa a chi sta peggio di te. E così via”. -, lasciando poco spazio alla dimensione del piacere e della felicità.
È veramente complesso definire la felicità, non ci sono parole per dirlo ed, inoltre, siamo abituati ad avere pudore della nostra felicità, in maniera quasi scaramantica.
Tutto cambia se stiamo male.
Il male viene condiviso, partecipato, quasi ostentato.
Se un guaio incombe su di noi, troviamo le parole giuste per raccontarlo.
Quando un bambino ha mal di pancia, gli insegniamo subito a raccontarci come si sente, cosa prova, e lo abituiamo alla lettura dei sintomi; questo non accade però con la felicità o con il benessere.
Quando stiamo bene, qualunque stato d’animo passa inosservato, come se fosse superfluo o ci creasse imbarazzo.

Felici e contenti, non solo nelle fiabe

Il concetto di felicità, senza dubbio, va contestualizzato in funzione delle necessità e priorità di ognuno di noi.
Per un malato è l’assenza di sintomi e di malattia.
Per un profugo, un tetto ed un pasto caldo.
Per una coppia infertile, un bambino.
Per gli infingardi, rubare i miei scritti.
Per un innamorato abbandonato, riavere l’oggetto del desiderio, e così via.
Chi non ha grandi pretese dalla vita, considera la felicità uno stato di assenza di guai.
Indubbiamente il concetto di felicità è soggettivo e difficilmente quantizzabile.

  • Ma cos’è davvero la felicità?
  • Possiamo quantizzarla?
  • Generalizzarla?
  • Insegnarla ai nostri bambini?
  • È chimerica?
  • Permanente?
  • Intermittente?

C’è chi associa alla felicità uno stato di benessere psico-fisico, chi lo coniuga con l’indossare una taglia quarantadue, chi ancora con l’essere innamorati, o con l’avere una casa al mare, o il poter fare tante vacanze.
La felicità è spesso correlata alla dimensione dell’avere più che dell’essere, infatti, per molti la felicità è imprenscindibile dal benessere economico.

Insomma, ognuno si considera felice a seconda di quello che desidera davvero, e la festeggia a modo proprio.

Indubbiamente la felicità non può essere disgiunta dalla qualità di vita, dalla salute e dal benessere psico-fisico ed economico, ed anche dalla qualità della vita amorosa.

Momento storico e felicità

La cultura di oggi ci educa più al bisogno più che al piacere, più all’appagamento immediato delle pulsioni che al benessere.
Siamo obbligati, per essere felici, ad appagare ogni bisogno – più che nutrire il desiderio – smarrendo così la “dimensione desiderante” dell’esistenza.
La pubblicità si invita all’acquisto.
Di tutto, non importa, anche dell’inutile, purché sia costoso, nutrendo una sorta di bulimia del vivere che mal lenisce solitudini mascherate e vuoti affettivi.
Veniamo invitati, talvolta in maniera subliminale, ad acquistare beni di consumo, come per esempio l’ultimo iPhone o una macchina costosissima, pensando che possano regalarci, transitoriamente, una parvenza di felicità.

Quando chiesero a Johan Lennon cosa volesse essere da grande.
Lui rispose: “Essere felice”.
Gli dissero che non avevo capito il compito, e lui rispose che loro non avevano capito la vita

La felicità, una questione di investimento, facciamoci contagiare

Di felicità dovremmo iniziare ad occuparcene sin da bambini, ed insegnare ai nostri piccoli come ascoltarsi ed essere felici.
Investire nella cultura della felicità conviene davvero.
Un uomo felice, quindi, un paese abitato da persone felici, significa un paese con un numero inferiore di disturbi psico-somatici, di malattie auto-immuni, di depressione e divorzi, e perché no, con una maggiore capacità produttiva.
La felicità è decisamente contagiosa, così come lo é la deflessione del tono dell’umore e l’ansia.
Quando stiamo a contatto con persone allegre, serene e felici, anche noi ne beneficiano in un meraviglioso “contagio di ottimismo”, ovviamente avviene anche il contrario.
Insomma, possiamo imparare come essere felici, ed anche come non esserlo.
Il venti marzo, data così simbolica, ci ricorda che la ricerca della felicità è un diritto di tutti gli esseri umani, ma è anche un obiettivo che può essere raggiunto attraverso l’impegno.
Non so se esiste davvero la ricetta per la felicità, ma per essere felici bisogna ascoltarsi e volersi bene, capire inoltre cosa si vuole, cosa non si vuole e, soprattutto, differenziare le prime dalle seconde.

Un festeggiamento virtuale insieme a voi

Ricapitolando, tutti noi possiamo imparare ad essere felici e possiamo iniziare sin da subito con le piccole cose, anche con il sentire il sole che ci accarezza la pelle.
Possiamo sentire il gusto delle cose semplici, fino ad arrivare a quelle simboliche o alle scelte importanti della vita, i giri di boa dell’esistenza.
Per i mie dolcissimi cani la felicità è un raggio di sole, per me, prendermi cura di loro.
Festeggio insieme ai miei lettori questa giornata scrivendo, nella remota speranza che non mi rubino anche questo scritto.

By |2018-10-30T17:14:28+00:0019 marzo, 2018|Categories: Psicologia|

4 Comments

  1. Cristina 20 marzo 2018 al 9:06 - Rispondi

    Splendido articolo. Buona giornata dottoressa

  2. Pasquale 10 aprile 2018 al 6:30 - Rispondi

    Splendido, incisivo, azzeccato e preciso argomento, non si sa come, ma abbiamo perso la felicità, ma prima c’era? A dir della gente, nei tempi poveri e di disperazione vi era una sorta di spensieratezza, ricordo che quando si camminava per strada, tutti cantavano, la lavandaia, il fabbro, il falegname il contadino, e via via tutti gli altri, era la loro vita,ma come abbiamo potuto arrivare a questo punto? Sembra un paradosso, abbiamo tutto quello che potrebbe farci felice, e invece……

    • Valeria Randone 10 aprile 2018 al 8:41 - Rispondi

      Buongiorno e grazie per le Sue note, assolutamente condivisibili.
      Un cordiale saluto.

  3. Raffaele 23 aprile 2018 al 13:33 - Rispondi

    L’inerzia va oltre il mondo della fisica, permea anche la nostra vita. Com’è diffcile guardare il mondo non occhi nuovi, penso che alla fine il problema è sempre quello “il mal di vivere”, la consapevolezza di un limite invalicabile, ove nulla si può e tutto è stoppato. Solo l’accettazione, il coraggio e la capacità di accompagnarsi alla sofferenza in serenità può farvi breccia.

    Sinceri Saluti

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