La vita talvolta ci tradisce e ci ferisce. Ci inganna o ci trafigge.
Ci fa perdere chi amiamo, l’incarico tanto agognato, l’amico del cuore.
Ci fa incontrare la malattia o la morte, e anche le invalidità e le sofferenze.
Ognuno di noi reagisce al dolore subito in vari modi, talvolta, davvero fantasiosi.
C’é chi rimuove il proprio passato, chi scappa, e chi scappa rimanendo.
Chi cancella in vita tracce di sé stesso fino a distruggere la propria stessa vita.
Con questo scritto, vorrei raccontarvi i meccanismi di difesa della psiche in maniera romanzata, con l’obiettivo di arrivare dove le parole scientifiche non arrivano, ed evitare così che i torti che subiamo abbiano la meglio su di noi.
Ci provo.

“Molto più importante di quello che sappiamo o non sappiamo, è quello che non vogliamo sapere”.
Eric Hoffer

C’è chi rimuove il dolore, facendo finta che non sia mai accaduto.
Accede ad altro da noi, così, immediatamente, lo traferiamo in un altrove dove non andremo mai più a trovarlo.
Il danno subito e il dolore provato, però, rimangono nostri, e nessun altro al posto nostro può occuparsene.
Il dolore abiterà quell’altrove e rimarrà fedelmente immobile ad aspettarci.
Non ci sarà nessun lucchetto, nessuna serratura in grado di imbavagliarlo o depotenziarlo.
Così, il tempo, ci obbligherà ad occuparci di lui. Prima o poi.
Se sceglieremo la strada del poi, sarà più impervia, in salita, disseminata di se e di ma, di ostacoli e di trappole, perché il tempo impolvera ma non cancella.
Rimuovere è diverso dall’attraversare, e attraversare è diverso dall’elaborare.

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C’è chi esorcizza il dolore provato facendolo diventare altro

Talvolta, per non soffrire troppo, trasformiamo il dolore come la fata Turchina trasformò la zucca in carrozza e i topi in lacchè.
Con un semplice movimento di bacchetta magica e qualche frase magica e onnipotente.
Nel tempo, esattamente come la carrozza e i lacchè, anche il nostro dolore trasformato tornerà ad essere zucca e topi.
L’incantesimo non dura a lungo.
Così, prima o poi, saremo obbligati a occuparci di quel dolore primario denudandolo degli abiti della festa.

C’è chi lo subisce senza avere la forza di andare avanti

Chi lo subisce senza la forza di andare avanti e lo immola ad alibi per le non scelte del resto della vita.
Talvolta, subire un torto dalla vita, dai genitori, dagli amici o dagli amori, diventa una strategia malsana per dare vita a una paralisi esistenziale.
La paura di amare e di soffrire per amore, per esempio, diventa una scusa per non amare ancora e davvero.
La paralisi emotiva occupa tutte le stanze della vita, e la vita stessa viene sacrificata sull’altare della paura e della non vita.
La vigliaccheria prende il posto del coraggio, e l’abbrivio dell’esistenza si sostituendosi alle nostre scelte.
Così, andiamo avanti, senza rotta e senza meta.
Quando saremo in dirittura di arrivo, qualunque essa sia la meta, saremo obbligati a fare i conti con quel dolore primario per evitare che da zattera di salvataggio diventi una zavorra.

C’è chi, invece, lo erotizza

In questi casi, il dolore subito, diventa un compagno di viaggio, un amico sempre presente, un amante fedele.
Siamo stati traditi, feriti, maltrattati, quindi niente e nessuno si può avvicinare a noi, perché il nostro amante-dolore ci protegge da tutti i mali del mondo.
Il dolore diventa un semaforo rosso, si attiva indicandoci il pericolo, la strada da non percorrere, l’alt perenne della vita, facendoci vivere in uno stato di apnea sensoriale. Non respiriamo. Non amiamo.
Non rischiamo più, abbiamo così tanto sofferto che adesso è proprio il nostro dolore a farci compagnia.
Ci fidiamo solo di lui, lo accarezziamo con la fantasia e con la memoria.
Ci basta così tanto che ormai gli vogliamo bene. Un malsano affetto.
Lo abbiamo promosso a compagno di vita e, se per un motivo o per un altro, dovesse andare via, noi sentiremmo la sua mancanza.
Con il tempo saremo obbligati a prendere la distanza da lui, a metterlo a fuoco, a guardalo negli occhi, per evitare di consegnargli la nostra stessa esistenza.
Per intero.

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C’è chi lo attraversa

Attraversare e elaborare il dolore ammanetta alla fatica. Almeno per un po’.
Significa non distrarci, non ubriacarci con altro da lui, fino a farci trafiggere dalla sofferenza, rimanere immobili ma non inermi.
Soltanto così potremo salutarlo, regalargli una degna sepoltura, come si fa con le persone care, e seppellirlo tra gli oggetti preziosi del nostro passato, nello scrigno della nostra psiche.
Lui sarà lì, attraversato e superato, ma non dimenticato.
Ci avrà lasciato il suo ricordo, e il suo insegnamento.
Grazie a lui siamo cresciuti, abbiamo sofferto e abbiamo imparato.
Sapremo bene come non riviverlo ancora e come evitare situazioni come quelle già vissute, portatrici sane di sofferenza, ma non per questo ci precluderemo la vita.
Quindi, un grazie affettuoso a tutti i dolori della nostra vita.
E che ben vengano i dolori nuovi, perché ci saranno i precedenti a indicarci la via.

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