Premessa: riflessione intima, da leggere con gentilezza e assenza di giudizio.
Non so perché ma accade tutte le volte. Ogni anno. Da sempre, sin da quando ero bambina. Ogni compleanno è un proiettile. Una giornata intrisa di malinconia, nostalgia e nostalgia per quello che ancora mi manca. Un caos ben organizzato tra passato e presente, futuro e nostalgia, affetti e mancanze.
Scatta il desiderio dentro di me di voler festeggiare, condividere con le persone care questo giorno, ma poi, come tutti gli anni, la malinconia mi avvolge sino a stritolarmi del tutto e la paralisi emotiva prende prepotentemente il posto di qualunque, possibile iniziativa.
Mi dico: ma che sarà mai un compleanno? É sempre meglio farlo che non esserci più.
Ma qualunque pensiero razionale viene inghiottito da quel buco nero chiamato malinconia.
Sin dai giorni che precedono il compleanno mi ingarbuglio in una sorta di contorsionismo emozionale: penso, ripenso, rimugino, anzi rumino ricordi e rimpianti, e non mi fermo.
Continuo a farmi del male nei modi più fantasiosi. Organizzo attentati alla mia psiche, e solitamente ci riesco.
Sento che più mi avvicino alla data del compleanno e più le ferite e le mancanze fanno male. E come se si sgretolasse quel muro di razionalità ed estrema efficienza che solitamente mi avvolge.
Poi arriva e in fondo non fa poi così male. Ricevo gentilezze e telefonate, a alcune perfettamente inutili e formali, altre calorose e indispensabili.
E poi, finalmente passa e non ci penso più sino al mese che precede il prossimo compleanno.
Come ogni anno, come antidoto alla sofferenza e per fare qualcosa di simbolicamente trasgressivo che mi fa stare profondamente bene, per il mio compleanno, faccio un regalo alle persone che amo di più.
Memoria di una giornata complicata.
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