Intorpiditi. Tra protezione e prigione

C’è un male più nocivo della cattiveria: l’intorpodimento.
Ci sono persone che hanno smesso di sentire. Galleggiano. Vanno avanti. Seguono le mode. Hanno mente e cuore offuscato da una sorta di foschia grigia e fumosa. 
Non hanno smesso di pensare e di sentire perché sono senza cuore, ma perché hanno sentito troppo. 
Si sono intorpidite piano, come una mano lasciata troppo a lungo nel ghiaccio: all’inizio fa male, si congela, non si muove più, ma poi non si sente più nulla.
È avvenuta l’anestesia.
L’intorpidimento nasce come difesa.
 È una coperta tirata su quando il mondo si fa mordace, quando le parole feriscono, quando le promesse non vengono mantenute. 
È il corpo e il cuore che dicono “basta cercare un modo per sopravvivere e sanguinare ogni giorno”. Basta lottare. Investire. Crederci.
Ciò che all’inizio protegge, nel tempo, diventa una prigione. 
Unitamente al dolore si spengono quelle vibrazioni sottili di gioia, l’entusiasmo improvviso, il brivido di sentirsi vivi, il sorriso in labbra sconosciute. 
Si impara a non aspettarsi nulla dalla vita, a vivere da intorpiditi.
Nel non crederci più coabitano come cugine di primo grado: il non aspettarsi più nulla con la sua finta sicurezza e il vuoto silenzioso e assordante.
Le persone intorpidite sorridono nel modo giusto, rispondono nel modo corretto, sono obbedienti, abitudinarie, rassegnate. Vanno avanti come soldati obbedienti.
Dentro di loro arde la sofferenza. E come se vivessero in una casa con pareti imbottite: niente ferisce davvero, ma niente risuona.

A volte nemmeno l’amore riesce a oltrepassare quel muro di gommapiuma, resta fuori dalla pelle e dal cuore.
Eppure l’intorpidimento non è una colpa, talvolta è una scelta obbligata. 
È la prova che si è combattuto, che si è sentito intensamente tutto e più di tutto, che non si ha vissuto da indifferenti o infingardi. 
È una tregua che a volte diventa una condanna.
Ascoltando i miei pazienti mi rendo sempre più conto che il coraggio più grande non è tornare a sentire tutto subito, ma concedersi piccoli e sempre più frequenti risvegli: una crepa nella corazza, un’emozione all’improvviso, una lacrima che sorprende, una sorpresa, un bacio profondo.

Fa paura, sì. Perché sentire significa esporsi di nuovo al nuovo e al vecchio che ancora duole.
Ma dietro quella paura c’è la possibilità di evadere dalla prigione senza distruggere la protezione.
 Di scegliere cosa sentire, quando e con chi.
 Di ricordarsi che essere intorpiditi è soltanto una pausa da un eccesso di sensibilità e vulnerabilità, in attesa di tornare a respirare a pieni polmoni.

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