Sono stata operata a una spalla. Avevo procrastinato tanto e tentato percorsi conservativi, fantasiosi e assolutamente inutili. Sia ben chiaro, non per decisione mia ma perché altri professionisti non ritenevano opportuno operare.
Sport da Marines, fatiche immense, dolori atroci, il sonno diventato una lontana chimera, infiltrazioni di ogni genere per poi approdare alla chirurgia dopo ben nove mesi di agonia.
In questa strada lastricata di approssimazione e di code di pavone svolazzanti, incontro lui, un chirurgo ortopedico di Messina, di cui mi avevano tanto parlato. Un medico-uomo, umano, empatico e molto competente. La sua prima e unica visita mi ha convinta subito, così come la sua successiva infiltrazione per farmi arrivare meno devastata alla data dell’intervento.
Niente linguaggio aulico e sfoggi di cultura per accalappiare il paziente, niente code di pavone, niente postura da cattedra, niente minacce velate – “se l’intervento riesce è merito mio, se fallisce è colpa sua” , la colpevolizzazione del paziente è in gran voga -, tanta umanità e altrettanta professionalità.
Per la prima volta non mi sono sentita una spalla ma una persona con una spalla da aggiustare.
Qualche scambio discreto sul da farsi, per non disturbare troppo, seguono le sue risposte eleganti, puntuali e rassicuranti. Attraverso, anzi guado, agosto e arrivo alla fatidica data.
Per prima cosa il pre ricovero, tutto procede bene.
Tante indagini, scrupolose, meticolose, puntuali. Tranne l’incontro con un medico che ha pensato bene di raccontarmi in sede di visita il suo intervento alla spalla, le sue sciagure, intoppi, dolori e riabilitazione farraginosa, dolorosissima e lunghissima – che io non avevo chiesto e sarei dovuta essere la parte da ascoltare non l’ascoltante, almeno ogni tanto! – che mi hanno molto scoraggiata, ma ero comunque rimasta contenta della scrupolosità.
Arriva il giorno dell’intervento.
Sono fiduciosa, anche perché la sofferenza era talmente tanta che avevo provato una sorta di ossimoro emotivo: desideravo al tempo stesso l’intervento e al tempo stesso desideravo scappare via.
Mi preparo al meglio: organizzo tutto, i pazienti, gli studi, la casa, la spesa, la fattoria, il dopo. Vedo il chirurgo e mi tranquillizzo.
Iniziano le varie procedure per l’anestesia, inizia l’intervento.
Dura più del previsto, la situazione clinica non era fedele alla risonanza, ma decisamente peggiore. Ma io lo sapevo già!
Mi risveglio, lucida, presente, senza dolore, perché sento dei colpi di martello e rumori vari e inquietanti: stavano ancora mettendo qualcosa nella mia spalla.
Chiedo di essere addormentata per un altro po’, mi assecondano, mi risveglio in camera.
Non incontro il medico perché pare che dopo l’intervento mi abbia raccontato tutto e mi abbia anche detto che l’intervento era andato bene, ma ero talmente stordita dall’anestesia e dalla paura che probabilmente avevo rimosso le informazioni che mi erano state date.
Prendo una stanza privata in modo che mio marito potesse rimanere a dormire con me, per evitare di fare Catania-Messina più volte al giorno e per darmi l’aiuto necessario per i giorni più brutti, i successivi all’intervento.
I primi intoppi non tardano a manifestarsi. Dopo due ore dall’intervento inizio ad avere un dolore bruciante che si estende dal gomito alla mano, in assenza totale di sensibilità. Chiamo il medico di turno che non aveva idea di come funzionasse un osso, perché era uno specializzando, tra l’altro non ortopedico, e con un sorriso falso stampato sul viso, sin troppo giovane per i miei gusti, mi dice che sono ansiosa e che se il braccio non ha sensibilità non può avere dolore, e mi fa fare un Toradol intramuscolo.
Il dolore divampa, e il farmaco ovviamente non sortisce nessun effetto.
Inizio a piangere per i dolori, e non è mia abitudine farlo perché sono sufficientemente stoica e ho una soglia del dolore altissima, così, l’infermiera più anziana e competente mi prende sul serio e cerca di rintracciare l’anestesista, che non si trova, e il medico che mi ha operata.
Procediamo con la morfina in vena che sortisce un effetto veramente blando. Finalmente riesco a parlare con il medico che mi ha operata e capiamo che si tratta di un effetto paradosso: l’anestesia stava passando ma il dolore bruciante era un dolore di tipo neuropatico, in assenza di sensibilità motoria: praticamente il dolore all’arto fantasma. Una situazione clinica che avevo studiato soltanto sui libri all’università e che non pensavo mai di poter sperimentare.
Un’esperienza drammaticamente orribile.
Quando poi, dopo un’altra ora di dolori lancinanti e altri farmaci inutili, è passato l’effetto dell’anestesia – del blocco del plesso brachiale – contemporaneamente è passato il dolore all’arto fantasma, è tornata la sensibilità alla mano e al gomito, ed è apparso un dolore soverchiante alla spalla operata.
Il giorno dopo è stato un’oscillazione anomala tra dolori e inciampi, momenti di parziale tregua e momenti di sconforto profondo.
I campanelli suonavano per un tempo infinito perché gli infermieri non andavano subito dai pazienti, altri gridavano perché si erano dissociati probabilmente a causa dell’anestesia e dell’età, il personale cantava come se fosse un tenore alle sei del mattino, noncurante del fatto che in quei letti ci fossero dei pazienti ammalati.
Quando mi sono affacciata dalla mia stanza incredula e nervosa per chiedere chi stesse cantando, come se nulla fosse, mi hanno detto che il loro personale è un personale canterino. Alle sei del mattino, in un reparto di pazienti che hanno subito degli interventi e che cercano di recuperare e di rubare alla notte ancora cinque minuti di sonno.
Un’infermiera parlando dei pazienti operati alla spalla mi dice: “la prima notte abbaiano tutti!”. I pazienti abbaiano?, penso io.
Cos’era una battuta? un modo per sminuire il dolore? per renderli eccessivi? animaleschi? Un cane che abbia dice qualcosa, immagino anche un paziente che “abbaia”.
La mia stanza, nonostante fosse a pagamento, non aveva la luce fioca che mi consentisse di leggere o di non stare totalmente al buio tra flebo e tutori, ma aveva soltanto una luce al neon stridente e fastidiosissima, perché le altre non funzionavano e non erano state riparate.
Ogni medico che arrivava pretendeva che gli raccontassi la mia storia perché non sapeva nulla di me, non c’era un diario clinico e tantomeno si premurava di leggere quello che c’era scritto. Il mio tono continuava ad essere sempre più piccato e infastidito, fomentato dal dolore acuto e da un clima di approssimazione a dir poco eccessivo per i miei gusti.
Ho dovuto chiedere personalmente più volte un gastroprotettore perché ero piegata in due dai dolori e il medico di guardia lo aveva dimenticato.
Questa mattina, in autostrada, al rientro, mentalmente scrivevo e riflettevo.
Un medico così bravo, una persona, una personalità e una professionalità luminosa, quando viene purtroppo circondata e avvolta da un livello di approssimazione così dilagante, cosa potrebbe fare per poter prendere le distanze e proteggere la sua aura?
Mi sono messa nei suoi panni e poi ho ripensato a tutte le volte in cui mi sono dimessa e ho ricominciato sempre da sola per tentare di offrire il meglio a ogni paziente che si rivolge a me.
Tra quattordici giorni leverò i punti e poi pian piano, tra terapia e pazienza, spero di tornare alla normalità.
Continuo a pensare che erogare la cura non equivalga al prendersi cura, che molte persone che sposano la professione sanitaria, dall’infermiere agli oss, dovrebbero fare dei corsi di comunicazione, di buone maniere e non di canto per tentare di rendere se non piacevole almeno lieve la degenza e lasciare un buon ricordo.
Continuo anche a pensare che questo linguaggio bellico intriso di termini, metafore e retoriche mutuati dal mondo militare e applicati alla comunicazione sanitaria dovrebbe essere bandito (lei è in trincea, l’intervento alla spalla è tra i più dolorosi! Deve combattere! Ecc).
E continuo a pensare che la relazione sia l’atto principale nonché fondamentale della cura, che si tratti di un post- operatorio, di un percorso di lungodegenza o di un’unica visita.
E che la gentilezza, l’empatia, la cortesia rimangano i presupposti fondamentali di ogni relazione.
Il linguaggio della cura è fatto di parole semplici, che accolgono e che accompagnano, soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà della vita del paziente.
È la grammatica invisibile che regge le relazioni umane, quel filo sottile ma robusto che trasforma il semplice stare accanto, fare una flebo o una medicazione, in un atto profondo di presenza, responsabilità e reciprocità. Non si tratta soltanto di un vocabolario fatto di parole, ma di un ecosistema di gesti, attenzioni, silenzi e posture con cui ci prendiamo carico dell’altro, che si tratti di un essere umano, di un animale o della terra che calpestiamo.
Ma io rimango tremendamente obsoleta e romantica.
Memoria dei giorni più difficili degli ultimi tempi.
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