I miei libri nascono da un’urgenza. Mi succede qualcosa, dentro o fuori di me, e sento la necessità impellente di trasferirla su carta. Un amore, un dolore del cuore, un abbandono, il racconto di un paziente che mi ha particolarmente emozionata diventa un articolo, un racconto, un libro.
Questo libro, “Un clandestino a bordo”, invece, nasce da un cammino.
Il cammino verso la ricostruzione di una storia, dei suoi frammenti, dei suoi ricordi importanti che diventano un presente irrinunciabile: che abbraccia e che consola. La storia della vita e della morte di mio padre, dell’attesa di una diagnosi e della gestione emotiva del dopo, dell’amore di una figlia che nella vita “aggiusta cuori” ma non ripara il suo, ambientata nell’assolata Sicilia, in riva al mare, tra barche, portolani, sentine, boe galleggianti e terapia di coppia.
È la rivisitazione di un dolore che si fa risorsa, cammino, presenza.
L’incontro-introspezione tra quello che non c’è più è quello che ci sarà per sempre; perché amare e lasciare andare, talvolta, sono la stessa cosa. 

“Quando ti sei trasferito altrove, hai imparato a utilizzare il linguaggio muto dell’amore per trasformare un legame che non finisce in una stabile presenza. Così, mi abbracci senza braccia. Mi parli senza voce. Mi raggiungi in sogno per farmi sapere che ci sei. Mi suggerisci, con garbo e dolcezza, nella profondità del silenzio, la strada da seguire e quella da evitare”

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