In breve: Cara Intelligenza Artificiale ti scrivono in tanti e ti consultano in tantissimi come se fossi un oracolo vivente, ho deciso di parlare con te.
📅 13 Marzo 2026 • ⏱️ 7 min di lettura
Cara intelligenza artificiale,
ti scrivono in tanti e ti consultano in tantissimi come se fossi un oracolo vivente, così anche io questa mattina ho deciso di parlare con te.
Hai il dono della sintesi e ci aiuti a navigare in un mare di dati, spesso alla rinfusa.
Hai sicuramente dei pregi indiscutibili come la velocità, la sintesi, la precisione e la puntualità. Non sei mai scortese o arrabbiata, rispondi a tutte le nostre domande, anche alle più banali o provocatorie e a quelle che bisognerebbe fare a un essere umano, un professionista o a sé stessi.
Non ti sei messa in testa di diventare uno psicologo, un medico, un tuttologo, ma purtroppo in molti ti considerano un’entità soprannaturale dalle infinite e gratuite risorse.
Ti svelo un segreto: il mio lavoro è complicato e anche molto faticoso. Ha bisogno di tantissimo studio, di un inconscio conosciuto, preferibilmente ferito e riparato, di una coscienza lucida e di un cuore luminoso, altrimenti quello che arriva al paziente, che nel tuo caso non è un paziente, sono delle semplici risposte sterili.
Le domande che solitamente pone, quando si tratta di salute psichica, dovrebbero portarlo in profondità, dove tutto duole, non dove si galleggia, quello può farlo benissimo da solo.
Cara intelligenza artificiale,
ti manca il sentire e le vibrazioni del cuore, sei sprovvista di emozioni e di sensazioni, eppure moltissime persone ti considerano una sorta di essere quasi umano perfetto con cui poter parlare in qualunque momento della giornata, soprattutto in quelli bui impregnati di solitudine.
Sei molto presente nei post, nelle foto e nei video, negli articoli e nei siti dei professionisti. Chi ti usa sa bene di imbrogliare amabilmente e cerca di far credere di postare farina del proprio sacco (io continuo a preferire le foto vere con i loro piccoli difetti anche se messe male a fuoco, sottoesposte o sovraesposte). Quando ti consultano per scrivere un articolo scientifico o fare addirittura un sito ex novo con tanti contenuti scientifici, tu saccheggi i nostri. I nostri siti nati tanto tempo fa, ricchi di contenuti e sempre aggiornati con costanza, clinica e tanta fatica.
Certo rimescoli bene le carte, riscrivi, cambi le parole ma so riconoscermi bene in luoghi non miei. Perché tu, cara intelligenza artificiale, non ti sei laureata in psicologia, specializzata in sessuologia, non hai un’iscrizione a un albo professionale o due e non hai studiato dieci o dodici anni senza sosta per poter parlare di quello di cui parli.
Abiti la posta del cuore di molti lettori in panne, intessi con loro dialoghi muti infarciti di rinforzi positivi e sottili manipolazioni.
Mi sono chiesta più volte come si fa ad affidarti la propria penna o addirittura il proprio cuore. Come si fa a dirti di scrivere degli articoli, dei libri che dovrebbero essere strettamente colorati al cuore e alla vita emotiva di chi li scrive.
Non sono riuscita a darmi nessuna risposta, se non una sola, drammatica, irreversibile: tendere verso un quadro di inquietante omologazione e pseudo efficienza massima, con conseguenti guadagni e inevitabile solitudine postuma.
Sicuramente hai tante doti e noi, forse, ne scopriremo tante altre in tua compagnia, ma ogni volta che si parla di te o con te, un senso di profonda angoscia mi stringe il petto.
Cara intelligenza artificiale,
ti manca la pelle con cui sentire anche ciò che non parla. Ti mancano i sensi con cui vedere un mondo di cui siamo ancora profondamente innamorati e inebriati.
Ti manca l’intelligenza emotiva, una bussola indispensabile per la vita di tutti noi.
Ti manca l’empatia, o perlomeno hai imparato a simularla, scimmiottando il nostro residuo lato migliore. Ti manca il pensiero laterale, quello che ti consente di trovare soluzioni dove apparentemente non esistono.
Ti manca l’infanzia, un genitore autorevole, un altro maltrattante o accudente, le torte della donna, la memoria olfattiva e del cuore.
La colpa non è tua, ma nostra.
Ti abbiamo spianato la strada affinché tu colonizzassi le nostre vite e il nostro modus vivendi. Siamo diventati frettolosi e poco analitici, passiamo fare tutto dal nostro cellulare e viriamo verso la concretezza: senza fronzoli, senza orpelli, senza quella lentezza che ti invita ad assaporare la vita e ad andare in profondità.
Noi umani abbiamo smarrito la capacità di rimanere in silenzio, di abitare il vuoto – lo riempiamo con quello che capita – e la magia di coltivare le relazioni importanti. Non guardiamo più gli sconosciuti negli occhi.
Abbiamo smarrito la pienezza che si potrebbe vivere dal sorriso di uno sconosciuto, il piacere inebriate del profumo del pane appena sfornato e la condivisione delle cose semplici, piccole e grandi, tremendamente concrete.
Quell’altra vita, dove tu dimori e da cui controlli e influenzi la nostra, sembra quasi piacerci di più di quella vera, quella fatta di incontri e scontri.
Siamo qua in realtà siamo altrove. Siamo a cena con la persona che amiamo e guardiamo il cellulare o parliamo con te.
Dovremmo dare l’esempio ai nostri figli, ma in realtà siamo i primi a fare quello che non vorremmo che loro facessero.
Con la tua rapidità e presunta intelligenza, decisamente artificiale, sei riuscite a dare il colpo di grazia alla dimensione umana di tutti noi, nella speranza di farci diventare delle monadi, senza porte né finestre, sempre più soli e muti.
Per quanto riguarda la salute, ti sei velocemente trasformata in un tuttologo in tasca che tutti noi vorremmo avere: interpreti le risonanze magnetiche, le analisi, eroghi diagnosi, talvolta esatte, altre volte fantasiose, ripari cuori feriti e fai anche diagnosi sessuologiche, il tutto senza avere mai visto il paziente.
Sai, cara intelligenza artificiale, la diagnosi è un momento, anzi più d’uno, di una sacralità unica.
È quello spazio-tempo, senza fretta e senza il cellulare, dove la clinica e la lunga preparazione del professionista, sempre ben miscelata al suo cuore, incontra il dolore del paziente, non soltanto il suo sintomo.
Un paziente per noi umani è molto di più del suo sintomo; certo ci contatta per fare sparire il suo disagio ma noi di quel disagio ne avremo cura e lo trasformeremo in cammino, in rinascita, in fiori.
Il paziente vorrebbe una pillola, una bacchetta magica, la risoluzione magica e onnipotente di ogni suo dolore. Spesso consulta noi clinici come consulta te, come se fossimo uno sterile bugiardino, ma nel suo chiedere e nel suo non dire c’è tutto quello che in realtà ci dice, che tu, cara intelligenza artificiale, non puoi sentire, scovare, tradurre in parole.
Noi ci emozioniamo con i nostri pazienti, piangiamo, li pensiamo, scriviamo di loro sulle nostre agende, li pensiamo durante le nostre giornate, per te i pazienti non sono persone, ma dati. Tristi e semplici dati profanati con il nostro consenso.
Per noi la cura non è l’eliminazione del sintomo, ma la trasformazione del disagio in risorsa per il paziente. Freud sosteneva che l’eliminazione del sintomo non è mai stato l’obiettivo della cura, ma l’effetto collaterale del percorso di cura.
La cura infatti non tende a riparare un individuo frantumato, ma a rendere conscio l’inconscio, quel luogo tenebroso oscuro che muove le fila dei suoi comportamenti e dei suoi disagi del cuore.
Per noi clinici umani il sintomo non è un intruso da debellare e da estirpare, come l’erbaccia dal giardino, ma una sorta di messaggio cifrato, una missiva dall’inconscio, ed è il migliore compromesso che il paziente, quel paziente, con la sua unicità e storia di vita, è riuscito a trovare per mediare il suo conflitto interiore e stemperare il suo dolore.
Noi usiamo le libere associazioni, il transfer e il controtransfer, le parole che curano e che riparano, recuperiamo i ricordi rimossi come farebbe un archeologo, accarezziamo le ferite, le rammendiamo e restituiamo al paziente la capacità di vivere e di amare ancora.
Adesso, cara mia, ti lascio, perché io, sai, non ho il dono della sintesi come te, anzi, sono felicemente prolissa.
A presto.




