A un metro da chi amiamo. Da chi abbiamo avuto in grembo e poi tra le braccia e per sempre. A un metro dagli amici, dai parenti e dai pazienti. A un metro da ogni essere umano. Questo virus che ho deciso di chiamare “la macchina della verità” ci instilla sfiducia e diffidenza, solitudine e bisogno di contatto. Paura e coraggio.
Ci obbliga a fare dei bilanci tra quello che abbiamo e vogliamo che rimanga ancora e a lungo nelle nostre vite, quello che non abbiamo più e non vediamo l’ora che ritorni, e quello che non ci manca nemmeno un po’ e ne facciamo volentieri a meno. La distanza di sicurezza dalle persone e dalle vecchie abitudini ci ha messo in pausa. Ma contrariamente alle vecchie pause di riflessione di amorosa memoria, che non servono a nulla e a nessuno, questa pausa ha molto da dirci e da darci.
La macchina della verità si è messa in moto e ha colonizzato le nostre vite e i nostri cuori: il dopo non sarà più uguale al prima. La crisi, che ricorda più un “trauma collettivo” che una crisi individuale, da alla luce un cambiamento e la voglia di farcela più di prima. Così come la morte insegna la vita e il dolore può trasformarsi in dono, il dopo trauma e il dopo anestesia relazionale ci obbligherà a sorseggiare dosi ubriacanti di vita.
Il dopo sarà il tempo dell’essenziale.
Del fortemente voluto. Del piacere più che del dovere. Degli amori pieni e non prudenti, del tutto tondo, senza distanza di sicurezza alcuna: né interna né esterna.

P.S: Titolo preso in prestito dall’omonimo film strappalacrime.

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