Passano gli anni e diventi adulto. La vita e l’amore non ti proteggono dal dolore; così, tra sgambetti e trappole, ti mettono alla prova. Ti scaraventano di fronte a bivi, a strade senza sbocco, a faticose salite e ripide discese. A onde anomale. A trabocchetti.
Il tuo quotidiano è disseminato di canti delle sirene e trappole, di amori e guai, di calessi e meteore.
Così, ti chiedi cosa significhi essere un adulto, e chi siano, in fondo, gli adulti.
Forse, un adulto è colui che sbaglia e che impara dalla sofferenza. Che non anela alla perfezione e che non la impone e ricerca negli altri.
È colui che non si nasconde dietro il dito del trauma subito e che smette di utilizzarlo e di brandirlo come se fosse un’arma confondente e condundente.
Forse, un adulto è colui che ama un partner per quello che è, senza amare in lui e di lui, il padre o la madre che lo ha trafitto, ignorato o soffocato. Colui che non impreca contro Freud, contro Edipo, contro una madre ingombrante o un padre assente.
Forse, quando pensiamo agli adulti, pensiamo ai coraggiosi, agli audaci, ai curiosi: a coloro che instillano curiosità.
Forse, un adulto è colui la cui interiorità rende più bella la sua esteriorità. Quel contenuto d’anima, di cuore e d’intelletto che lo fa luccicare, andare avanti, essere diverso, non omologabile. Unico. Meravigliosamente sé stesso.
È colui che ha sogni propri e non prende in prestito quelli altrui.
Forse, un adulto è colui che sa dare senza per forza prendere.
Che non manipola e non ricatta mentre fa credere esattamente il contrario.
C’è poi chi si crede adulto ma in realtà non lo è. Chi lo é soltanto sul documento di identità. Chi utilizza le ferite dell’infanzia per non crescere, e per lamentarsi a tempo indeterminato. Affinché nulla cambi.
I finti adulti, o eternamente quasi adulti, sono coloro che non crescono. Che non vogliono crescere e non vogliono imparare dal dolore per andare avanti; lo utilizzano per i vantaggi secondari di cui solo la sofferenza è portatrice.
Ci sono poi anche gli adulti senza infanzia. Coloro che non sono mai stati bambini, che hanno saltato le tappe di gioco e di dolore, di fragilità e di cura. I capricci e le loro successive braccia che consolano.
Gli incubi e le fiabe della buona notte. Il lettone genitoriale come scialuppa di salvataggio e le merende che profumano di casa e di certezze.
Coloro i quali hanno duellato con la vita per sopravvivere, facendo due anni in uno.
L’adulto è colui che nel tempo ha fatto pace con le sue fragilità, abbracciandole. Perdonandole. Trasformandole in doni. Colui che ha imparato come far diventare trampolini le trappole della vita.
È colui che è diventato genitore di sé stesso, e ha preso in carico il bambino che è stato. Colui che si gratifica e che si vuol bene.
Insomma, ci sono adulti e adulti. Adulti sereni e consapevoli, altri diversamente adulti, altri ancora eternamente adolescenti.