Cinquant’anni di matrimonio.
Proprio cinquanta. E proprio oggi. I miei genitori avrebbero compito cinquant’anni di vita insieme. L’uno accanto all’altro. Come si faceva un tempo, e come si faceva per lungo tempo.
Mi sono sempre chiesta come avessero fatto a reggere così tanto, con così tanta fatica e tanto impegno; con amore e dedizione, con pazienza e intelligenza.
Alla giusta distanza, senza prevaricazione o manipolazione.
Avevano trovato l’accordo, la strategia, la magia. L’astuzia per stare l’uno accanto all’altro. Non avanti. Non dietro. Non dentro. E non sopra. Al di là delle parole.
In cinquant’anni – in realtà meno cinque, perché mio papà da cinque anni vive altrove, in un luogo dove non lo si può toccare ma lo si può sentire forte e chiaro – hanno attraversato mareggiate e calme piatte.
Hanno navigato. Lo hanno fatto davvero.
Lui era un uomo di mare, lei un’insegnante di matematica. Lui correva in off-shore e costruiva barche, lei subiva la barca. Lui era un pensatore, lei amava la concretezza.
Lui dirigeva un aeroporto, lei la nostra casa.
Lui era emotivo, presente nella distanza, lei poco incline elle emozioni, e presente nella presenza.
Lui amministrava con pazienza le emozioni, lei amministrava le cose concrete.
Due grandi lavoratori, due genitori, due persone perbene.
Hanno risparmiato, tanto. E costruito, tanto. Hanno avuto pazienza e costanza.
Sono stati rigidi e avvolgenti.
Un muro sul quale infrangersi, un porto nel quale approdare, e dal quale ripartire. Un sostegno: concreto e simbolico.
Le mie radici.