Caro Coronavirus,
ti avevo sottovalutato. Ti avevo confuso per una banale influenza. Per un’esagerazione mediatica.
E invece, eccoti ancora qua a darci lezioni di vita e a rovinarcela anche.
Sei riuscito in pochissimo tempo a cambiare il mondo, e cosa ben più ardua, a fermarci.
Hai reso i cieli plumbei nuovamente azzurri. Hai violentemente spodestato l’uomo dal suo essere ovunque e lo hai chiuso in casa lasciando spazio alla natura.
Così, abbiamo avuto cinghiali che passeggiano per le strade di Milano, e papere che nuotano in Piazza di Spagna e passeggiano indisturbate per le strade romane deserte.
Hai fatto emergere l’aspetto più creativo e insospettabile di ogni essere umano: chi ha costruito mascherine amatoriali, chi ha condiviso le più esuberanti ed esilaranti dirette Instagram, chi ha improntato canti e concerti via Zoom o Skype.
Chi ha portato a spasso i propri cani, quelli altrui, quelli veri e quelli di peluche, e chi ha messo un guinzaglio a una tartaruga.
Chi, per amore solo per amore, ha sfidato i posti di blocco, le autocertificazioni mutanti, le multe.
Chi ha avuto il coraggio o l’incoscienza di andare in televisione sprovvisto di parrucchiere e di eleganza.
Hai mandato in onda tutto e tutti, con titoli e senza. Chi con le scrivanie ben nutrire e in bella mostra ha indossato tute desuete e maglioni slabbrati simulando una presunta normalità, così, più che empatia hanno evocato sciatteria
Tornando a te, hai proseguito indisturbato nel tuo cammino e ti sei anche occupato di cuori: longevi, infranti o in bilico.
Hai messo a dura prova gli amori: quelli grandi e quelli passeggeri, quelli ortodossi e quelli altri. Quelli a chilometro zero e quelli pendolari, lat.
Hai cambiato, così, d’un tratto, il nostro senso del tempo.
Tutto quel correre e tutto quel pieno sono diventati lentezza e vuoto; dal cicaleccio del tanto e tutto siamo passati al tempo dell’essenziale.
Ti sei intrufolato con forza tra gli affetti: tra genitori e figli, tra le pieghe dei rapporti non rapporti, tra i fidanzati e i conviventi. Tra chi non si sopporta, chi pensava di farlo e chi ha smesso di farlo.
Hai obbligato le nuove coppie alla convivenza forzata, senza se e senza ma, con tutti i rischi e le magie delle scelte avventate.
Hai obbligato i genitori a stare con i loro figli: senza intermediari, tate, nonne, asili.
Ci hai fatto riscoprire l’arte del fare: il pane, una torta, un risotto, un maglione ai ferri, una piega roller.
Ci hai fatto scoprire la mancanza e la nostalgia, con un ripasso dei nostri rimpianti e rimorsi, delle nostre lacune o ferite ancora aperte. Ci hai spostato da quel dito dietro il quale ci nascondevamo per farci incontrare con noi stessi e con tutto quel rimosso di cui non volevamo occuparci.
Ci hai fatto tribolare per il nostro lavoro, quello di cui ci lamentavamo sino a prima del tuo avvento, o quello che avevano faticosamente ottenuto e che adesso fai traballare.
Ci hai fatto capire l’importanza di un nonno, uno zio, un genitore, un amico, un amore.
Ci hai sbattuto in faccia la proibizione di pelle e di sensi, e ci hai fatto capire il loro valore.
Ci hai ricordato il valore di una stretta di mano, di un sorriso a viso scoperto, di un caffè in compagnia, del piacere di abitare in un abbraccio e di perdersi tra le labbra di chi amiamo.
Sei anche riuscito a farci sentire la mancanza del lunedì, della fatica e dello stress.
Ci hai fatto sentire sulla nostra pelle lo struggimento di un addio, di un corpo morto dentro una bara senza un saluto, una carezza, una parola.
Senza una messa, un funerale, senza fiori e lacrime condivise.
Ci hai strappato via affetti e posti di lavoro.
Ci hai fatto capire l’importanza della libertà di muoverci senza pensarci, senza dire dove andiamo e perché.
E poi, siamo diventati tutti iper puliti, fobici, attenti e prudenti.
Il dopo di te sarà difficile, ma senza di te, vedrai, non saremo mai più ostaggio di nessuno: né di un silenzio né di una rinuncia.

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