Parole, parole, parole. Emotive, struggenti, avvolgenti, seduttive. Vuote, piene. Tante, poche. Audaci, timorose o prudenti.
Abusate e fraintese, alcune accompagnano le nostre giornate, i nostro risvegli e addormentamenti. Altre cadono nel baratro del silenzio distratto di chi ascolta. Alcune disturbano e irritano, e rimangono lì in un limbo di inutilità, altre camminano sotto pelle a lungo.
Con le parole si può arrivare ovunque, si può corteggiare e sedurre. Si può ferire e manipolare. Si può irretire esattamente come il Pifferaio magico e dirottare l’ascoltatore da un luogo a un altro. Da un pensiero a un altro, da un’emozione a un’altra.
Parole che creano un pantano emozionale dal quale è difficile venirne fuori indenni.
Ci sono anche le parole vuote. Abusate. Parole che si cimentano in ardue imprese nel tentativo vano di diventare gesti.
Poi ci sono le parole mute: i gesti.
Le azioni che nel silenzio delle parole, senza eccessi e cicalecci, curano, riparano, abbracciano, avvolgono, conducono.
I gesti senza ostentazione, svolti con il cuore e non su un palcoscenico, sono la concretizzazione di tante parole. Sono sogni che diventano realtà. Sensi che diventano corpo. Amori che diventano longevi. Istanti che diventano tempo condiviso.
Queste parole sono i fatti. Sono emozioni che diventano gesti, e gesti che diventano emozioni.
Un amore senza gesti è come una notte senza alba. Un amore senza progetto è una navigazione senza rotta: una barca alla deriva.
Perché amore non è solo amare, ma molto di più.
L’Amore non succede. L’Amore si fa, come scriveva Sant’Agostino, per evitare che scontatezza e scontentezza prendano il sopravvento e accompagnino alla morte un amore.

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