Si chiama burn-out.
È una silente usura del corpo e del cuore, che fa precipitare nel baratro dello sconforto e del disagio chi sposa la cura. Accade a chi cura e a chi si prende cura. Più esattamente si tratta di una sindrome da stress lavorativo, caratterizzata da depauperamento emotivo, irrequietezza, apatia, depersonalizzazione e senso di frustrazione per l’ineluttabilità di alcune situazioni, tra le quali, la morte.
Cadono come i birilli, e non si tratta soltanto degli ammalati, ma anche dei medici e degli infermieri.
Di coloro che curano. Coloro che dietro una mascherina ormai logora, i cui segni visibili sono l’emblema di quelli invisibili, con i loro occhi coraggiosi e il loro sguardo empatico, accompagnano il malato dall’inizio alla fine del suo essere in ospedale.
Chi cura chi ci cura? Nessuno.
Il sostegno psicologico alle professioni a rischio di burn-out non è sempre previsto; in situazioni di urgenza e di emergenza come questo che stiamo vivendo, non c’è spazio né tempo per erogare la cura a chi cura. La fretta prende il posto di qualunque altra accortezza o necessità. Manca tutto: dai presidi che dovrebbero proteggere dal virus al sostegno psicologico, dal riposo alla turnazione umana, al sonno. Mancano i medici e mancano gli infermieri, e quelli che ci sono, o i sopravvissuti al contagio, vengono utilizzati e usurati sino all’inverosimile.
E per finire, la beffa delle beffe.
Lo Stato decide, finalmente, di dare un aumento a questi guerrieri silenti e operosi, e l’Ordine degli Psicologi promuove degli interventi gratuiti, figli di un Dio minore della cura, per chi ne avesse bisogno: pazienti, parenti o clinici.
Le parole che curano, secondo un luogo comune e le più mirabolanti e persostenti leggende metropolitane, le possono erogare tutti. Alla stessa stregua del buon consiglio della nonna. Ha proprio ragione Piaget: “sfortunatamente per la psicologia tutti si sentono psicologi”.

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