Gli infelicemente coniugati scelgono di non scegliere. Abitano dentro un matrimonio estinto, già naufragato da tempo, sprovvisto di emozioni e di sensi, di baci e di parole, di sguardi e di progetto.
Nonostante ciò rimangono l’uno accanto all’altro, ammanettati non si sa bene a cosa, ma si sa bene a chi. Non immaginano né una ricostruzione né una separazione, troppo dispendiose entrambe. Vedono la separazione come un trauma da evitare ai figli, ai genitori anziani, ai conti correnti.
La coppia infelice è a prova di rottura: compensa, rimuove, nega, mente a sé stessa, e va avanti immobile e identica.
I protagonisti di questi amori infelici sono tanti, e ognuno é infelice a modo proprio.
C’è chi somatizza e diventa collezionista di sintomi e di visite specialistiche. Chi si stordisce di alcool e di cibo. Chi di sport estremo e di animali. Chi fa uso del tanto abusato doping lavorativo per non sentire l’infelicità, e chi usa il tradimento come cerotto per un cuore in frantumi.
Chi sceglie di non scegliere ha paura: della solitudine, della vecchiaia, della morte, forse, anche della felicità. La paura li tiene falsamente legati al caldo e rassicurante abbraccio del matrimonio.
I partner infelici crescono in differita temporale: uno va avanti e l’altro indietreggia come un gambero. Uno si mette in discussione facendo incetta di introspezione e di sogni, l’altro galleggia rispetto alla sua vita e a quella altrui.
Alla fine scelgono di non scegliere. Triste condizione di indigenza affettiva e abitativa.

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