Clubhouse, rivalutiamo le orecchie

Su Clubhouse si parla e si ascolta. E forse nessuno interrompe nessun altro o lo guarda in cagnesco. Niente foto, video, stati, storie con musica o senza, link, like, tag, chat, gif. Che sollievo e che benedizione, sembriamo nelle caverne e ricorda la preistoria della comunicazione, e invece è il futuro dei social network. Clubhouse è l’ultimo nato.
Si accede su invito di un iscritto, e si abita una o più stanze dentro le quali si parla, si ascolta, si parla e si ascolta. Insomma si rivaluta quel meraviglioso strumento che ci è stato dato in dote: il linguaggio (e l’udito).
Addio, almeno qui, a labbra protruse, a fianchi larghi e ondeggianti, a balletti ammiccanti e tutti uguali come quelli di TikTok, a fotoshop, e a filtri magici. Qui si scaldano le corde vocali, si spalancano le orecchie e si prepara il cuore e la mente (invisibili ma ingombranti entrambi).
In questo luogo dell’ascolto se hai contenuti non puoi mistificarli, così come se non li hai.
Lo stesso dicasi per la dizione, se è pessima e geo-localizzante non c’è filtro che possa risollevare le sorti di una dizione pessima. E anche per il tono e timbro di una voce (la mia passione insieme alle parole scritte) non si può adoperare nessun filtro di Instagram. In un’epoca di immagini e fretta pensavo che un luogo così atipico, quasi di nicchia, non mietesse un così tale successo. Ma a quanto pare i seguaci della voce con i suoi contenuti e musicalità sono in tanti, e cercano il fascino in luoghi inaspettati. In tanti hanno scelto di portare la loro identità sonora nell’agorà virtuale del web, scorporata dall’immagine e quindi vestita di eleganza e unicità.
Una bella voce – mai derubricata dal contenuto – incanta e cattura, tanto quanto o forse più, di un bicipite faticosamente scolpito in palestra.

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