Con l’aggressività e la fretta che ormai ci contraddistingue, questa mattina sono stata colpita in fronte da un termoscanner.
Ero in fila, silente e pensierosa, avvolta nella mia bolla prossemica, mentre aspettavo garbatamente il mio turno. A un certo punto la signorina che si trovava all’ingresso del laboratorio di analisi mi guarda con fare minaccioso e mi punta in fronte il termoscanner. E fin qui niente di nuovo sotto il sole della pandemia.
Probabilmente per un ingarbugliato esame balistico non ha ben calcolato la distanza tra il suo braccio e la mia fronte, colpendomi con ferocia.
Quello che più mi salta agli occhi non è il colpo in testa, che poteva capitare a chiunque e ovunque, ma l’aggressività con cui sono stata colpita.
Immagino anche che questa signorina non ne possa proprio più, esattamente come noi, di misurare la temperatura a tutte le persone che oltrepassano la porta di quell’ambulatorio. Ma è vero anche che in un momento di disagio collettivo, un gesto di garbo e di accoglienza, anche se con un oggetto contundente in mano, può diventare uno scambio di affettuosa empatia piuttosto che di aggressività condivisa.

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