Domanda ambigua, facile da recitare, difficile da indossare.
“Come stai?” è una domanda di rito. Decisamente abusata. Apre le danze a un incontro, a una telefonata.
È il preludio di uno scambio.
È la domanda-rito madre di tutti gli inizi. È il sortilegio con cui si stabilisce il percorso del dialogo o la sua deriva.
La recitiamo tutti con tutti: amici, parenti, amori, perfetti sconosciuti.
Recitata come se fosse un automatismo relazionale, spesso senza pensare e senza sentire.
Così, nel momento stesso in cui viene fuori dalla nostra bocca, difficilmente siamo lì presenti e attenti, in grado di ascoltarne il responso.
Glissiamo, passiamo oltre.
Oltre il rito d’inizio, oltre l’ascolto, oltre l’altro. Altrove.
“Come stai?” è una domanda importante, da abitare come se fosse una seconda pelle, da assaporare e da centellinare come se fosse un vino buono.
In realtà, la utilizziamo come una liana per lanciarci nelle parole altrui, nella
vita altrui. La attraversiamo facendola diventare un ponte: in direzione fuga dall’ascolto.
È una domanda che dovrebbe far trasparire il nostro reale interesse per chi ci sta di fronte o dall’altro lato del cavo, dovrebbe ammanettarci all’ascolto.
Una sorta di radar che ci sintonizza e sincronizza con l’interlocutore. Chiunque esso sia.
Questa domanda, però, ci invita ad avere le spalle larghe e un cuore grande perché dobbiamo essere pronti per reggere il peso della risposta. Qualunque essa sia.
E invece, come sempre e più di sempre, oggi, diventa una domanda che accelera il trasloco da sé stessi all’altro, facendolo diventare immediatamente il depositario di lagne o piagnistei, di malumori e contenuti propri.
A volte un ascolto vero, di anima e non solo di orecchie, ti riconcilia con i tuoi mostri e con la vita.

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