Prendi un cuore mettilo dentro una chat e fa battere il tuo, di cuore.
Ci sono però cuori sparsi e sparpagliati come se fossero prezzemolo, in esilio emotivo da una chat a un social.
Cuori a briglia sciolta, che diventano blu, gialli o rossi di passione, donati con un eccesso di generosità da perfetti sconosciuti a perfetti sconosciuti.
Cuori che, proprio perché eccessivi e non selettivi, perdono di fascinazione. Di intensità. Di spessore.
In un momento storico in cui la comunicazione passa dalla chat e passa dalle emoticon, i cuori abusivi e abusati, così come le altre emoticon prendono tristemente il posto delle parole.
Le datate incidentali, l’affascinante punto e virgola, un po’ dusueto ma talvolta indispensabile, le virgolette un po’ snob ma eleganti, si sono trasferite in panchina; a quanto pare, senza possibilità di ritorno.
Il nostro patrimonio emozionale e lessicale sembra essersi sbiadito, e sembra avere traslocato nel mondo striminzito delle chat e delle immagini. Senza profondità, senza emozioni, senza strascichi mnemonici a posteriori.
Senza quello stile personale e soggettivo che lascia tracce di sé.
Un faccino sorridente e uno triste, uno rosso di rabbia e uno verde di bile, un cuore lampeggiante e uno infranto, e senza affaticarci troppo alla ricerca di sfumature lessicali e semantiche, abbiamo comunicato alla velocità dei nostri due pollici opponibili. Refusi e abbreviazioni incluse.
I nuovi segni a cui siamo un po’ tutti affezionati hanno il potere di annullare l’attesa, di sintetizzare uno stato d’animo senza farci perdere in fronzoli.
Di occupare i vuoti e gli spazi, creando altri vuoti e pochi spazi, blandendo la nostra autostima.
Il destinatario delle nostre emoticon, nonché possessore anch’egli di uno smartphone, proverà le nostre stesse emozioni. Una sorta di empatia tra tastiere.
Con l’augurio che, segno dopo segno, e parola in meno dopo parola in meno, le emozioni possano ancora rimanere tali.