La storia di Adele, le mie parole.
Mi scriveva, mi parlava, mi accarezzava. Mi accarezzava, mi parlava, mi scriveva.
Il tono della sua voce variava in funzione delle intenzioni: morbido quando avvolgeva, duro quando puniva, seduttivo quando riparava.
Modulava tono e timbro, contenuti e silenzi, con destrezza e innate strategie comunicative.
Sapiente come un burattinaio che muove le fila delle sue marionette, muoveva le mie emozioni e confezionava i miei pensieri.
I silenzi si alternavano alle parole e alle pause, con destrezza e scaltrezza.
Mi incantava e mi incatenava a lui.
Lo lasciavo fare, e quando smetteva mi sentivo nuda. Sola. Al gelo e al buio.
Lo faceva sempre: scrutava.
Controllava e manipolava, con dolcezza e fermezza.
Lo faceva in silenzio, scrutandomi l’anima.
Varcava quei buchi che c’erano sempre stati dentro di me, li trovava uno per uno e ne percorreva i confini sino a entrarvi dentro. Talmente in profondità da toccare l’invisibile.
Quei buchi che nessuno aveva mai avuto il coraggio di guardare e di accarezzare erano diventati per lui e con lui le mie pietre più preziose, ma sempre più buchi.
Mi straziava e mi saziava, mi saziava e mi straziava consegnandomi al bisogno.
Mi toccava in vari modi, e io sentivo le sue mani su di me.
Dal cellulare, attraverso una chat.
Via mail: la mattina e la sera, e durante tutta la giornata. Per tutte le giornate di tutti i mesi di tutti gli anni insieme.
Non gli bastavo mai, non mi bastava mai. Non ci bastavano mai.
Era sempre dentro di me, addosso a me, come una seconda pelle.
Davanti e dietro.
Abitava il silenzio e il buio, e quando non c’era diventava ancora più silenzio e più buio.
Aveva colonizzato i miei pensieri diurni e i miei sogni notturni.
Mi circumnavigava e mi circuiva.
Mi accudiva e mi puniva. Mi puniva e mi accudiva.
Mi rendeva fragile e bisognosa, rabbiosa e arrabbiata. Conosceva le mie mancanze e ne creava di altre affinché io avessi ancora, e sempre, bisogno di lui.
La mia autonomia era la sua malattia, la mia sottomissione l’antidoto.
La sua presenza, la mia medicina e il mio veleno.
La sua assenza il mio strazio.
Ero sua, tremendamente sua e questa sensazione di possesso mi regalava un senso di onnipotenza e frustrazione. Era ingordo e avaro.
Era troppo e troppo poco.
Dopo essere stata a lungo sulle montagne russe di questo amore ho finalmente capito che l’amore non fa male. Fa respirare e fa dormire. Regala felicità e cieli azzurri. Sogni e futuro.
Non occupa e non prosciuga.
Non rende affamati e folli. Gelosi e deliranti. Non confonde e non stravolge.
Cammina in bilico tra vuoto e pieno, con garbo e discrezione.

Di questo e di tanto altro parlo nel mio ultimo libro:
“Ex/Forse ex. Gli amori affamati” (acquistalo online)