Una videochiamata appare petulante sul cellulare. Si insinua, lampeggia, disturba. Così, all’improvviso. Uno sconosciuto si mostra, entra nel tuo privato, guarda, profana, invade.
Un messaggio vocale inviato (o ricevuto) a uno sconosciuto rappresenta una violazione della sua bolla prossemica, del suo spazio, del suo tempo.
Messaggi che arrivano quando non dovrebbero: lunghi, inascoltabili.
Mentre fai altro e vorresti stare in silenzio, ti vedi costretto ad accogliere nel tuo presente una voce altrui anche se non ne hai voglia. Una componente esibizionistica e voyeuristica diventa l’orpello distintivo della modernità e caratterizza l’epoca del tutto e subito.
Messaggi e chat infinite e inopportune che sconfinano in un tempo e luogo privato, solitamente, più che comunicare disturbano.
Tutte le comunicazioni, oggi, sembrano essere imbevute di urgenza, di pretenziosità, di irriverenza, come se
avere accesso alla email o al cellulare degli altri significasse esigere attenzione e scambio.
La gradualità, questa sconosciuta, è invece quella danza verso il mondo dell’interlocutore – sconosciuto, conosciuto, parente, congiunto, amico, partner, clinico – che accompagna la conoscenza reciproca.
Quando la gradualità diventa invadenza, lapidarietà, supponenza e trasforma il possessore di un cellulare in un ostaggio della sua stessa sim, si precipita nel baratro dell’eccesso di (falsa) intimità.
Luogo tanto affollato quanto pericoloso che confonde comunicazione con esibizione.

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