C’era una volta l’intimità, oggi c’è il web.
C’era una volta la differenziazione tra vita pubblica e privata, tra quello che andava piacevolmente condiviso e quello che invece andava gelosamente custodito.
Oggi c’è la promiscuità tra vita online e offline.
C’era una volta la vecchia cartolina che attestava fughe all’estero in luoghi lontani e riservati, oggi ci sono le perenni connessioni e gli stati.
C’era una volta l’attesa e il pudore, oggi c’è l’immediatezza e la volgarità.
C’era una volta l’asimmetria della comunicazione, i giornalisti e i clinici, oggi ci sono i blog, i forum e i social.
Twitter, Facebook e Instagram accorciano le distanze e uccidono l’intimità, unitamente a suo fratello maggiore: il pudore.
Ogni vacanza, ogni istante di intimità con sé stessi, con il partner o con un figlio viene documentato da uno scatto, viene catturato e profanato, non vissuto e immortalato su qualche profilo o stato transitorio, regalandogli l’eternità.
Ed ecco che scatta la conta dei like e delle visualizzazioni, direttamente proporzionali all’indice di gradimento o di curiosità dei fatti altrui.
Le verità edulcorate, riadattate e postate, diventano balsamo per autostime traballanti, rendendo il postatore compulsivo prigioniero delle sue incertezze.
In questa commistione tra dentro e fuori, e tra fuori e dentro, in assenza di un lucchetto e di una diga, la vita online si insinua sotto pelle, ci minaccia e ci deruba portandosi via con sé quote di serenità, spensieratezza e vita.
Aprire il lucchetto della prigione virtuale e vivere anche solo per qualche ora disconnessi e felici, diventa un gesto davvero sovversivo.