Un dolore si sussegue a un altro. Una febbre non bene identificata lascia il passo a una tosse che non si placa e non si estingue. La notte si fa giorno, e il giorno finalmente notte, senza sonno e senza riposo.
La vescica ricorda maldestramente la sua esistenza. Diventa un peso come se fosse un pugno in pancia: irritabile, impertinente, insistente.
Una fame non fame obbliga ad instaurare un legame intimo con il frigorifero: diurno e notturno. La bilancia proclama brutte notizie, poco consone al buon umore. Nessun termometro riesce a tradurre un malessere così intenso e sfuggente in un numero, un dato, un parametro uguale per tutti. Soprattutto per gli increduli, per i genitori, i coniugi, gli spettatori.
Nessuna radiografia, ecografia, scintigrafia scrive nero su bianco una diagnosi chiara che possa giustificare un così tale disagio.
Tutto è sfocato, fluido, confuso.
Sintomi che appaiono e scompaiono. Che tacitano la passione e il desiderio, ma nulla sembra tacitare i sintomi.
Esami alle urine, ai reni, al sangue, a tutto quello che scorre in corpo.
Poi, un ben giorno, un medico dell’anima sentenzia la sua diagnosi: infelicità.
Non si tratta di un malato immaginario, ma di un infelice.
Ebbene sì, l’infelicità, soprattutto se protratta nel tempo, corrode tutto: organi e cuore, emozioni e pulsioni, desiderio e vita.
Quando l’infelicità infuria, il corpo sussurra ad alta voce nella speranza di essere ascoltato, e allo stesso tempo spalanca la porta a paesaggi emotivi inesplorati.
L’infelicità è frutto di una ragnatela di dilemmi: del cuore e del vivere. Fare incetta di silenzi e di sintomi non aiuta a risolverla, ma cronicizza la sofferenza.
L’infelicita va maneggiata con cura, non va addomesticata e tantomeno accarezzata, ma semplicemente curata.

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