Caro dicembre,
eccoti qua, sei arrivato. Gennaio è diventato dicembre, senza che ce ne fossimo accorti e tu, con il tuo gelo, sposti tutti e ci inchiodi a te.
Ti sei incastonato nelle nostre agende e nelle nostre vite con la tua identità impegnativa.
Sei il mese a più alto rischio di infelicità e ambivalenza dell’anno: se sei felice, a dicembre, vieni invaso da una gioia infinita ma a termine, se sei triste diventi infelice a tempo indeterminato. Ebbene sì, caro dicembre, ci hai raggiunto con il tuo carico di aspettative e bilanci, di stanchezza infinita degli ultimi mesi trascorsi senza di te, e di desideri forse inespressi per l’anno che verrà. Sei un mese dal sapore agrodolce, non bene identificato.
I sentimenti nei tuoi confronti sono nascosti e opposti.
Da bambini ci incantavamo davanti alle lucine scintillanti e ai dolci amorevolmente preparati delle nonne. Erano feste intrise di profumi e ricordi, gli stessi ricordi che da grandi ci raggiungono come un farmaco a lento rilascio.
Eri il mese dei doni, delle vacanze scolastiche e della famiglia. Ti aspettavamo con bramosia per sentirci più felici e più famiglia.
Adesso siamo grandi, siamo dall’altra parte della barricata, e siamo noi a dover sistemare le lucine e gli addobbi, e a fare famiglia. A proteggere chi amiamo, e a tentare di renderli felici.
Ma tu, caro dicembre, sei anche il mese di chi una famiglia non ce l’ha, l’ha smarrita o non la ha mai avuta, così indossi gli abiti della malinconia e della memoria per trasportarci in un altrove dove si può soltanto sentire quello che fa male.
Sei un mese che tra tristezza e amarezza ci ammanetti agli affetti: quelli rimasti e quelli smarriti, quelli strappati e quelli ricuciti.
Tra ieri e futuro, tra passato e domani, mio caro dicembre, rimani il mese delle sbronze familiari, per poi consegnarci senza pietà a gennaio.
Mese avaro di affetto, poco clemente con gli indecisi e carico di verità e progetti.
Ma nonostante tutto, rimani avvolto da un fascino non comune.