Pensavo, illudendomi, che un passo avanti verso le nostre vite di prima lo stavamo facendo. Mi sentivo in cammino.
Siamo stati bravi e obbedienti. La mascherina indossata nei luoghi pubblici, per strada, all’aperto, è diventata un nostro mostruoso prolungamento. I disinfettanti come automatismo salva vita e l’evitamento degli altri esseri umani come meccanismo di protezione dal contagio fanno ormai parte della nostra gestualità quotidiana.
Mi stavo forzatamente abituando a respirare la mia aria e a ingoiare le mie angosce. Speravo in un progetto, in un vaccino non per forza in una vacanza, in un miracolo.
Ma navigare a vista, senza rotta e senza meta, è quello che mi genera più ansia. Noi esseri umani viviamo male senza progetti e senza gesti.
Senza abbracci e baci. Senza carezze e accortezze. Senza rituali e pranzi di famiglia. Senza compleanni e nonni.
Abbiamo bisogno di non dover scegliere tra malattia e povertà, tra un congiunto o un amico.
Abbiamo bisogno di progetti, di date, di sapere dove stiamo andando, perché pensare al futuro ci fa vivere meglio il presente.
A un passo avanti ne seguono due indietro, come il gambero, a confonderci le idee e a inquinarci il cuore. E adesso anche il coprifuoco, quel divieto senza appello che, in nome di una possibile salvezza, ci rinchiude in casa allo scoccare delle ventitré. E se dovessimo avere bisogno di un bar, di un bicchiere d’acqua, di un bagno all’improvviso, lo troveremo chiuso. Sprangato, a partire della ore diciotto.
Con questo ennesimo Dpcm siamo diversamente liberi: scaglionati e scagliati contro la nostra solitudine e le nostre sempre più nutrite paure.

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