Un primo maggio atipico. Intriso di tanta angoscia e da una buona dose di incognita. Di paure e di speranza. Di scarsa pazienza e di troppa scienza. Di incongruenze varie, di decreti e ordinanze. Di mascherine introvabili, di puzza di amuchina, di pizza fatta in casa. Di autocertificazioni di cui non ne possiamo proprio più. Di confusione dilagante.
Una festa dei lavoratori in piena crisi lavorativa: una festa senza festa e senza lavoro.
Continuiamo a rimanere tutti chiusi in casa per prudenza e per accompagnare con poca pazienza la fase uno alla sua conclusione, e alla sua gemella fase due.
Da prudenti siamo diventati impazienti e non vediamo l’ora di poter respirare a pieni polmoni un po’ d’aria pulita, senza app e senza mura domestiche. Di andare a trovare gli effetti stabili e meno stabili, i genitori, i nonni.
Un primo maggio senza prati o mari, senza pranzi in compagnia e senza grigliate, ma soprattutto, per alcuni, senza lavoro.
Un primo maggio senza distese verdi e senza greggi, di cui invidiamo soltanto la loro presunta immunità.
Un pensiero va agli ambulanti, a quel mercatino colorato che nel mio paese inonda la piazza il venerdì; a chi non ha un posto fisso e uno stipendio fisso, a chi ha rate e mutui da onorare. Ai parrucchieri, davvero indispensabili, che riapriranno per ultimi. A chi non è visibile per la società e per lo stato. A chi ha smarrito quel lavoretto, transitorio, forse propedeutico ad altro, e insieme a lui ha perso la speranza.
A chi ha paura e speranza. Verranno altri mesi di maggio e altre feste, e noi saremo pronti a recuperare e a festeggiare anche gli arretrati.

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