L’abisso è quel buco nero dell’anima, profondo e fagocitante.
È il cielo nero colonizzato da una coltre di nuvole scure e minacciose che ti cammina sulla testa.
È il pavimento che invece di sorreggerti traballa e ti inghiotte.
È una giornata senza vento che impedisce alle nuvole di scostarsi dal sole. È la pioggia che continua a cadere, anche dentro di te.
È il vuoto che diventa tenebre che non si squarciano, e che impediscono ai tuoi occhi di vedere la luce, e al sole di scaldarti la pelle.
L’abisso è un luogo terrificante che se lo hai conosciuto o lui ha conosciuto te, ogni tanto, torna a farti compagnia.
In quel luogo ameno nessuna musica riempie il silenzio, nessuna emozione occupa lo spazio dell’angoscia.
L’onirico si impossessa della vita diurna.
E nessuna sveglia sigilla la fine tra la notte e il giorno.
Le tenebre, quando hai avuto la sfortuna di incontrarle, vengono a bussare alla porta del tuo cuore anche a occhi aperti.
Quando hai conosciuto l’abisso, da non confondere con la profondità delle emozioni, ogni tanto ti affacci a riguardarlo.
E ogni tanto lui guarda te.
La sofferenza provata nella vita, per un amore o per la sua perdita, per un lutto, o perché la vita non ti ha risparmiato colpi bassi, ogni tanto torna a farti compagnia.
Il ponte immaginario verso l’abisso è un ponte levatoio, se lo percorri ti riconduce lì. Esattamente dove la sofferenza ha preso il posto della vita. Dove la violenza non si ferma nemmeno davanti alla tua resistenza; dove l’insistenza viene confusa per perseveranza, dove ciò che stritola viene confuso per ciò che abbraccia. Dove il ricordo viene confuso per mancanza.
Talvolta, la nostalgia per un passato che pensavi fosse arricchito da privilegi emotivi abbraccia ancora il ricordo di ciò che è stato e non è più. O forse non è mai stato.