Quando finisce un amore, c’è chi va via di casa e chi resta.
Chi continua a pagare un mutuo e chi abita in quella casa perché non ha dove andare.
Chi è costretto ad abitare la cameretta della casa genitoriale, e tornare a fare il figlio di famiglia tardivo; e chi rimane nella casa dei grandi.
In questo dramma tra cose simboliche e concrete, tra regressioni e solitudini, tra abitudini frantumate e nuovi inizi, il denaro, con i suoi significati e utilizzi, svolge un ruolo di spicco.
E poi ci sono i sensi di colpa, gli alimenti, e i bambini: i protagonisti assoluti di questa tirannia.
Tra una casa e un’altra, tra un divano e un lettone, tra un ricatto e un abbandono.
Tra un “dividiamo tutto a metà”, un “tocca a te”, e un sabato alternato, ascoltano e respirano astio e sofferenza.
E poi ci sono i nuovi poveri: gli ex mariti.
In un paese con reddito esiguo, con tasse in esubero, con crisi di coppia ingravescenti, separarsi è per ricchi.
Separarsi è un lusso, forse di maggiore entità del concedersi un amare profondo e destabilizzante.
Chi si separa e possiede uno stipendio dovrà suddividerlo in tante piccole porzioni, che non diventano magicamente pozioni.
Tra un figlio o forse due, tra un’ex moglie o forse due, che magari ha smesso di lavorare per metter su famiglia, tra le spese mediche e lo sport, un possibile nuovo affitto con spese di sopravvivenza annesse e concesse, a quest’uomo non rimane nulla. E transita nell’affollata terra dei nuovi poveri.
Così, pullulano i tradimenti, chi non sceglie, chi sceglie l’ineguagliabile sapore della trasgressione e del tormento, i separati in casa.
Insomma, tra tasse e nuovi poveri, amare rimane un gesto sovversivo.