Una ragazzina effettua un sondaggio su Instagram e chiede ai suoi follower se vivere o morire. Le dicono che sarebbe meglio morire. E lei lo fa. Esegue il verdetto e si uccide.
La tragedia si consuma in Malesia e la ragazzina aveva soltanto sedici anni, uno in meno di mia figlia.
Immagino che questa ragazza stesse male, tanto male, e per di più da tanto tempo.
Che avesse smarrito il piacere o la consapevolezza di essere viva.
Di amare e di essere amata. Di desiderare di vivere un presente e sperare di avere un futuro. Immagino anche che il suo passato non sia stato dei migliori.
Immagino che la sua vita online si fosse sostituita a quella offline, superandola e distorcendola. Che il parere edulcorato e autorevole del web avesse preso il posto del calore di un abbraccio materno o paterno.
Che il silenzio delle parole fosse diventato cicaleccio delle notifiche. Compensatorie e rassicuranti. Che la mancanza di vita fosse diventata iper connessione.
Che la sua autostima, nel tentativo maldestro di crescere a dismisura, si fosse incespicata in qualche effetto di Instagram, di quelli il cui utilizzo è direttamente proporzionale al grado di malessere che si ha in corpo.
E che i mi piace avessero del tutto preso il posto di un dialogo empatico, profondo, curativo e lenitivo le pene del cuore.
Immagino anche che avesse iniziato a vivere per postare e a postare per vivere, o sentirsi viva.
E che il postare, così come una dose giornaliera di droga, la distogliesse dal suo mal di vivere, sino ad arrivare al verdetto finale quando, immagino ancora, il mal di vivere era diventato così intenso e cupo da impedirle di respirare.
Il web che le aveva regalato tanti consensi togliendole tanta vita, che l’aveva accudita, curata, consolata e rassicurata circa la sua esistenza dentro una chat, adesso, incensato (ma non sensato e nemmeno interessato) di così tanto potere decide per lei, e lei ci crede.
Il branco, soprattutto online, è drammaticamente pericoloso e muove le fila di personalità fragili e ammalate, ma la depressione è un male oscuro e non avviene all’improvviso. Serpeggia a lungo sotto mentite spoglie per manifestarsi poi quando è già troppo tardi.
A breve, nel mio sito, tratterò il tema degli Hikikomori.
I ragazzi che decidono di vivere dentro una stanza e tutto il mondo fuori, la cui unica modalità d’accesso alle loro vite è il web.
Fonte: il Corriere