In Sicilia è primavera. Il cielo ha iniziato a prendere le distanze dai residui di inverno. Il colore ondivago del cielo accarezza le nostre teste e le nostre emozioni.
L’aria ci abbraccia con il suo tepore, i profumi attraversano l’aria sino ad arrivare dentro le nostre narici e il nostro cuore. Tutto è già fiorito attorno a noi, forse un po’ meno dentro di noi.
Osservo mia figlia chiusa in casa. Si ossigena di chat e video chiamate – le sue finestre percettive sul mondo -, di animali e del nostro giardino. È palpabile la sua voglia di aria, di luoghi aperti, di condivisioni, di compagni e compagnia.
Un adolescente sano e vitale ha difficoltà a rimanere chiuso in casa, legge l’emergenza con lo sguardo imprudente dell’onnipotenza giovanile.
Da mamma reclusa insieme a mia figlia, provo emozioni contrastanti e antitetiche. Una parte di me, la più accuditiva e protettiva, la respira a pieni polmoni, assaporando ogni attimo di vita casalinga, la mia parte avversaria, la più lungimirante, vorrebbe altro e la vorrebbe altrove. Con i suoi amici, i suoi scambi e scontri. Lontana da me, alla giusta distanza da noi genitori.
Gli adolescenti chiusi in una stanza mi ricordano gli Hikikomori: ragazzi che smettono di abitare il mondo e che si traferiscono a tempo indeterminato dentro la loro stanza.
Adesso siamo tutti un po’ Hikikomori, costretti in spazi chiusi, in carestia di sensi e di pelle, di luce e di aria, di progetti e di domani.
In attesa di una nuova e vera primavera, avverto un bel po’ di nostalgia per un passato – non troppo remoto – di antichi privilegi emotivi che ci concedeva ancora abbracci e baci.

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