Nonostante non abbiano ancora inventato le staminali per risanare le ferite del cuore, la psiche ha le sue risorse. Efficaci e affascinanti.
Un cuore lacerato e strappato, esattamente come la coda di una lucertola, torna nuovamente a battere.
Anche quando gli attacchi della vita non perdonano. Anche quando l’arrendevolezza prende il posto della speranza. Anche dopo gli inciampi o gli incidenti di percorso.
Dopo la perdita di un amore, subita o voluta, la vita si ferma e tutto si trasforma in un cronico affanno.
In una recita a copione. In un susseguirsi di menzogne, che talvolta sedano la sofferenza, altre volte la infiammano.
Gli amici dicono che passerà; i conoscenti millantano teorie come il tanto famigerato quanto falso chiodo scaccia chiodo; i familiari spostano la colonnina dell’attenzione sulla salute.
Se c’è quella, tutto il resto passa in secondo piano.
Quando finisce un amore, invece, qualcosa si frantuma. Si spezza, talvolta, oltre ogni possibilità di riparazione.
Il senso di mancanza incolmabile occupa tutti gli spazi dell’esistenza, stenta a trasformarsi in cicatrizzazione.
Il malessere, cupo e sordo, imprigiona e ammanetta a lui, e il futuro sembra più una minaccia che una speranza.
Poi, un giorno, dopo un cammino di sofferenza e attesa, dopo avere attraversato realmente le lande della propria solitudine, dopo avere fatto la gimcana tra esorcismi personali e meccanismi di difesa, dopo avere ricevuto le carezze del tempo con i suoi balsami, appare all’orizzonte la guarigione.
Il cuore, esattamente come la coda di una lucertola – scena macabra ma magica – si rimargina. Torna a pulsare più forte e impetuoso di prima. Più incosciente o più coraggioso, proprio grazie a quella pregressa mutilazione.
Anche un cuore torturato dalle ferite d’amore può guarire. Può ancora farsi sorprendere dall’urgenza di un’emozione.