Whatsapp appartiene ormai, per fortuna o per sciagura, alle nostre vite.
Scriviamo a tutti: amici, parenti e perfetti sconosciuti.
Tutto e di tutto un po’.
Così, oltre alla doppia spunta che ci annuncia l’avventura lettura del messaggio – che sancisce l’angoscia abbandonica postuma se la risposta non è estemporanea e compulsiva – le foto che invadono la nostra intimità, i video e, saltuariamente, qualche documento più o meno utile, abbiamo anche il messaggio vocale.
Quando parliamo di WhatsApp siamo nella terra del bisogno compulsivo di comunicare, di disturbare, di condividere.
Il messaggio vocale si presenta indossando i panni innocui dell’utilità, della facilità di utilizzo, e della praticità.
Chi lo invia può farlo in qualunque momento della sua vita, anche mentre guida, senza distogliere lo sguardo come quando è obbligato a scrivere.
Quindi, nessun effetto collaterale se non un crampo transitorio al pollice.
Chi lo riceve, in realtà, é libero di ascoltarlo quando può, o quando desidera.
Quindi, apparentemente, tra chi invia il messaggio e chi lo riceve c’è una sincronia rispettosa dello spazio privato altrui.
Se però andiamo oltre l’apparenza – deformazione professionale di chi fa il mio lavoro – possiamo notare come il messaggio vocale sia una manipolazione estrema della tua attenzione, una cattura a termine.
Sei obbligato ad ascoltare in religioso silenzio i contenuti altrui, senza poter interagire come quando, tra persone più o meno civili, ci si da il turno durante la comunicazione.
Così lo sguardo verso il basso sempre presente si arricchisce di nuovi scenari: chi recita monologhi al cellulare come se stesse parlando a un amante paziente, e chi ascolta inebetito e obbligato i messaggi altrui.
Le nostre giornate devono superare indenni un lungo percorso a ostacoli disseminato di email, telefonate, messaggi, e anche messaggi vocali.
Talvolta rimpiango la vecchia linea fissa di casa e le romantiche cabine telefoniche con il lapidario gettone che sanciva un tempo a temine per la comunicazione.