Il profugo. Il profugo è una persona come noi, che però ha perso tutto. All’improvviso.
Un uomo, una donna, una nonna, un anziano solo, un bambino.
È colui che non ha più una casa dove abitare, un passato fatto di fotografie e cornici buone, quelle della comunione regalate dalla zia, una scuola dove andare, i suoi oggetti, le sue certezze, la sua vita. Semplicemente i suoi pasti.
Talvolta ha perso i suoi figli, altre volte i suoi genitori, altre volte ancora entrambi.
Un profugo è colui che deve attraversare i confini, guadare i fiumi o attraversare i mari su un gommone.
È colui che affida al mare il suo bambino e le sue speranze, o che lo partorisce mentre scappa. È colui che porta il suo cane anziano in braccio e che torna indietro per aiutare una bambina. È una persona che è stata rasa al suolo e che scappa verso un altrove ignoto, minaccioso e buio, fatto di paura e di niente.
Il profugo è una persona che perde la sua identità per diventare invisibile, per trasformarsi in un numero bisognoso di tutto e di tutti. Eppure, nonostante tutto, non viene accolto e nemmeno così tanto aiutato. Forse gli viene inviato del denaro, sperando che non si smarrisca le strada, ma la frase più ridondante è “perché non torna a casa sua”.
La risposta è semplice: la sua casa non esiste più, è stata rasa al suolo, e anche la sua terra non esiste più.
Il profugo non è una persona pericolosa, non dispensa pericolo e minacce, è una persona minacciata da quello che gli è accaduto.
A un mondo che ha smarrito l’empatia, il rapporto con l’altro essere umano, che dalla pandemia non ha imparato niente, e che va verso il metaverso bisognerebbe spiegare che ogni vita ha diritto di vivere dignitosamente e che le guerre non sono più accettabili.
In realtà, non lo sono mai state.
Abbiamo urgente bisogno di pane e di pareti, di posti di lavoro e di speranza, e ne abbiamo bisogno subito.

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