Una gonna succinta. Un bicchiere di troppo. Una presunta disponibilità all’incontro. Una chat ammiccante. Un’assicurazione per lo stupro. Un ultimo appuntamento.
Ed ecco che l’orco agguanta, stupra, filma e da in pasto al web. Condivide, orgogliosamente protagonista del gesto eroico. Cerca il plauso dell’agorà virtuale, e non viene punito.
La legge con le sue lungaggini burocratiche, attenuanti e riduzioni della pena fa il resto. Segue in perfetta stereofonia la rete con gli odiatori del web, gli opinionisti, pseudo-clinici che sanno di tutto un po’, e la solitudine straziante della vittima abusata. La donna stuprata, incendiata, maltrattata  – viva per miracolo! – viene consegnata a un doppio rogo: del corpo e dell’anima, e il dopo non sarà mai più uguale al prima.
Il comune sentire quando si verificano reati sulle donne è aberrante: giustifica la violenza, uno schiaffo di troppo, uno stupro, finanche la morte. E conclude spesso con l’atrocità delle atrocità: “te la sei cercata”. La frase più abusante che ci sia.
Il pregiudizio non risparmia nessuno: donne che insultano le donne, uomini che le demonizzano, rete sociale che non le supporta mentre cadono come i birilli, giorno dopo giorno, brutalmente uccise. Ricordo con nitida emozione un video contro la violenza sulle donne: un pitbull grande e grosso veniva messo dinanzi a una pietanza succulenta, e nonostante l’istinto predatorio, la memoria di razza e la fame, non mangiava. Aspettava che la sua padrona gli desse il permesso.

“Te la sei cercata” mi ricorda quel piatto succulento posto dinanzi alla razza, presumibilmente, più temibile che ci sia.

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