In Italia, le vittime diventano colpevoli

Una gonna succinta. Un bicchiere di troppo. Una presunta disponibilità all’incontro. Una chat ammiccante. Un’assicurazione per lo stupro. Un ultimo appuntamento.
Ed ecco che l’orco agguanta, stupra, filma e da in pasto al web. Condivide, orgogliosamente protagonista del gesto eroico. Cerca il plauso dell’agorà virtuale, e non viene punito.
La legge con le sue lungaggini burocratiche, attenuanti e riduzioni della pena fa il resto. Segue in perfetta stereofonia la rete con gli odiatori del web, gli opinionisti, pseudo-clinici che sanno di tutto un po’, e la solitudine straziante della vittima abusata. La donna stuprata, incendiata, maltrattata  – viva per miracolo! – viene consegnata a un doppio rogo: del corpo e dell’anima, e il dopo non sarà mai più uguale al prima.
Il comune sentire quando si verificano reati sulle donne è aberrante: giustifica la violenza, uno schiaffo di troppo, uno stupro, finanche la morte. E conclude spesso con l’atrocità delle atrocità: “te la sei cercata”. La frase più abusante che ci sia.
Il pregiudizio non risparmia nessuno: donne che insultano le donne, uomini che le demonizzano, rete sociale che non le supporta mentre cadono come i birilli, giorno dopo giorno, brutalmente uccise. Ricordo con nitida emozione un video contro la violenza sulle donne: un pitbull grande e grosso veniva messo dinanzi a una pietanza succulenta, e nonostante l’istinto predatorio, la memoria di razza e la fame, non mangiava. Aspettava che la sua padrona gli desse il permesso.

“Te la sei cercata” mi ricorda quel piatto succulento posto dinanzi alla razza, presumibilmente, più temibile che ci sia.

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