Durante gli stravaganti sentieri del cuore può capitare che un’infelicità diventi mancanza.
A rigor di logica quello che regalava malessere non può trasformarsi in una mancanza. E intanto, succede.
Succede che il tempo rimescoli la realtà vissuta con i ricordi, le esperienze dolorose con quello che nella terra del dopo decidiamo di tenere dentro e addosso.
La memoria che non è una facoltà obbediente, poi, ci mette del suo.
Prosegue con il fare pasticci, con il non seguire nessuna logica razionale.
Intreccia passato e presente – a favore del passato, ovviamente -, e proprio perché il passato non c’è più e non è più attaccabile dal quotidiano con le sue ondate di malessere e concretezza, viene posto nella teca intoccabile del ricordo.
Viene ripreso come una reliquia santa da santificare quando il presente delude o maltratta.
Così, in questa gimcana tra passato e presente, talvolta non viviamo, altre volte sopravviviamo.
L’amore per nascere e crescere ha bisogno di coerenza e di un impegno costante sparso a profusione su ogni istante del legame d’amore.
Il passato frequentato dal dolore ha bisogno di più tempo per essere elaborato e riposto li dove dibrebbe stare: nell’oblio.
Ritorna, si ribella allo scorrere del tempo, si traveste e si riaffaccia alla psiche sotto false vesti: lapsus, sogni, incubi, malinconia.
Se abbiamo conosciuto la ferocia di un abbandono, l’umiliazione di un tradimento o del non amore, la punizione della freddezza, la violenza che si annida in un silenzio; ecco, in questi casi, ciò che ha ferito non può mancare. Ma può continuare in sordina a inquinare il presente.
Il passato va accarezzato con la fantasia, abbracciato con gratitudine per quanto ci ha fatto crescere e per quello che ci ha regalato, sofferenza inclusa, e smettere di considerarlo una mancanza.
Ciò che è stato infelicità non può essere mancanza.