Dicasi vittima chi subisce un danno, un abuso, un sopruso. Dicasi carnefice chi infligge un danno, un abuso, un sopruso. Dicasi giustizia quel procedimento che differenza la prima dal secondo.
Nel territorio franoso degli abusi, in Italia soprattutto, vittima e carnefice vengono confusi. Così la vittima viene inquisita, umiliata, danneggiata e anche licenziata.
Nel 2018, una giovane insegnante torinese, innamorata, invia delle foto intime al suo fidanzato, il quale invece di custodirle gelosamente e andarle a trovare di tanto in tanto quando ha freddo al cuore, pensa bene di condividerle mosso da maschilistico narcisismo.
Una donna che si spoglia, anche e soprattutto virtualmente per lui, che spedisce anima e corpo al suo cellulare promuovendolo a custode del loro erotismo, diventa un trofeo da mostrare e da condividere.
Le foto passano di chat in chat sino a quando un genitore riconosce la giovane ragazza, che nella vita fa (anzi faceva) l’insegnante, ed espone i fatti al preside che pensa bene, invece di difenderla, di licenziala.
Lei indossa i panni della guerriera, ingoia bocconi amari, denuncia pur sapendo di esporre al pubblico ludibrio la parte più intima di sè stessa, e va avanti.
Il fidanzato viene condannato ai lavoro socialmente utili, e niente più.
Non tutte le donne abusate sono coraggiose come questa insegnate-guerriera, non tutte denunciano, non tutte raccontano.
Molte si identificano nell’immagine che il collettivo, non si sa poi perché, le appiccicano addosso.
“Te la sei cercata” e frasi simili diventano il denominatore comune di tante, anzi tantissime, storie di dolore e vergogna, di umiliazione e colpa, sino a sfociare il drammatici suicidi.
I giochi erotici moderni non sono più blindati dalle mura di una camera da letto ma attraversano una telecamera e una chat, che di blindato non ha nulla se non un pin e una coscienza. Sempre se il destinatario di così tanta intimità ne è provvisto.

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