Quando mia figlia mi ha raccontato che in classe i suoi compagni – non tutti però e per fortuna -, hanno un secondo telefono, non capivo.
Il secondo telefono serve quando il primo, quello ufficiale e funzionante, viene volontariamente e strategicamente consegnato all’insegnante durante la versione di latino, o un eventuale compito in classe.
Dopo essermi, in sequenza temporale, arrabbiata, indignata, scandalizzata, averle fatto tutte le raccomandazioni del caso, ho pensato ai miei pazienti, ed ho capito.
Ebbene sì, i fedifraghi non sono molto diversi dai compagni di classe di mia figlia.
Anche loro hanno un secondo telefono.
Uno ufficiale, per la moglie e l’eventuale amante cronica – con il posto fisso, con un contratto a tempo indeterminato – ed un altro che abita in macchina, nel cruscotto, o ben celato nel cofano.
Il cellulare a luci rosse é mosso da un moto interiore perenne: un continuo lampeggiare, vibrare, postare, oscillando tra selfie, sexting, aforismi – faticosamente copiati ed incollati dal web – e promesse d’amore eterno.
Il secondo cellulare é chiaramente deputato ai flirt online, a quelli stagionali, diurni e notturni, insomma a dispensare dosi quotidiane di endorfine per lenire solitudini mascherate e paure varie: dalle malattie all’invecchiamento, fino ad arrivare alla morte.
Platone che amo molto, nel suo Simposio, diceva che l’amore non risiede nell’oggetto, ma nel soggetto; ma a quanto pare oggi risiede nella sim.