Un piccolo cane dalla dolcezza disarmante viene abbandonato perché diverso. Non è disabile o tristemente condannato a una vita da infelice, viene abbandonato perché munito di un unicorno di pelo. Una sorta di moncherino scodinzolante tra gli occhi che ricorda una frangia mal tagliata e che svolazza quando lui gioca o è felice.
In un mondo di influencer e di vanità, di filtri e di menzogne, di perfezionismo e di trappole, di omologazione imperante ai canoni estetici, dove tutti ci appiattiamo ai più, questo cucciolo abbandonato diventa un pugno in pancia.
Mi sono spesso chiesta cosa fosse l’amore sino a fare diventare questa domanda il fulcro dei miei scritti, dei miei pensieri e del mio lavoro con i pazienti.  Quel sentimento, o presunto tale, su cui ruota la ricerca del partner ideale, perfetto e perfettamente matrimoniabile, del figlio a tutti i costi conto ogni regola etica e morale, dell’apparire piuttosto che dell’essere. Delle più arroganti esigenze al posto della capacità di cura.
In un mondo alla deriva, dove non c’è spazio per l’impegno e per la cura, per l’invecchiamento e le malattie, e dove un partner cede il passo a un altro quando il precedente non emoziona più, questo cucciolo sorridente e meravigliosamente diverso sperava in un amore totalizzante, di quelli che non si arrendono al primo unicorno che passa. E invece? Ha subito un abbandono in piena regola, e per di più al freddo.
È proprio vero che la diversità abita nello sguardo di chi guarda.

Fonte: La zampa- La Stampa