Aveva un profilo Instagram, come tutte le ragazzine della sua età. Il suo ultimo messaggio è stato chiaro. Chiedeva in tutti i modi ai suoi amici, o presunti tali, più esattamente follower di Instagram, di non convincerla a cambiare idea.
Noa aveva deciso di smettere di vivere. Voleva morire, e voleva essere aiutata a farlo.
Aveva iniziato a fantasticare sulla sua morte, a immaginarla come una possibile soluzione alla sofferenza del vivere.
Giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, la morte era diventata la sua ancora di salvataggio.
Era molto piccola quando il suo corpo e la sua psiche sono stati consegnati al dolore, e mai più restituiti.
A seguito di più stupri, e di un dolore che non si tacitava, la vita di Noa è stata abitata dall’anoressia e da una cupa depressione.
Quel novembre dell’anima da cui non si viene fuori da soli.
La ragazzina ha gridato aiuto in tutti i modi; ha anche scritto un libro che le sopravviverà. Un libro che spiega come aiutare un dolore muto che corrode corpo e psiche a diventare parola.
Quando si accompagna alla morte un genitore o una persona cara con un corpo oltraggiato e dilaniato da una malattia terminale, i sensi di colpa vengono alleviati – forse – dal sapere di alleviare la sua di sofferenza.
Quando si accompagna alla morte una minorenne, per di più figlia, per un corpo strappato e ulcerato dalla sofferenza psichica, e una psiche trafitta da un corpo usurpato, nessun senso di colpa può essere stemperato.
Nemmeno in virtù del sapere di concretizzare un suo ultimo desiderio.
Noa aveva 17 anni, è morta nel salotto di casa, trasformato nella succursale di un ospedale, con accanto la madre.
Donna morta due volte insieme a lei, allora e ieri.

Fonte: La Stampa