Un tempo si chiamava incesto, oggi, maternità surrogata.
Un ovocita della zia, il liquido seminale del fidanzato del figlio, l’utero a noleggio della nonna, e il gioco è fatto!
Ecco a voi, una bambina.
La piccola Uma, ignara del meccanismo farraginoso che l’ha portata alla luce, viene al mondo.
È figlia di una coppia gay: Elliott Dougherty e il marito Matthew Eledge, con il contenitore-contenimento-incesto da parte della madre del novello sposo, la Sig. Cecilia.
La bambina indossa i panni del trofeo narcisistico; contro ogni etica, logica e scrupolo.
L’immaginario diventa confuso e confonde, nebuloso e inquietante.
Uno scambio di organi, di gameti, e di atipiche donazioni.
Un puzzle di ruoli e di interazioni familiari, noncuranti dei legami affettivi che ci sarebbero dovuti essere tra le parti.
Gli sconfinamenti diventano derive e i desideri si fondono con i bisogni in maniera acrobatica e destabilizzante per la futura identità della piccola.
Una donna non tiene in grembo il figlio del figlio, o per il figlio.
Non accetta un ovocita da parte della figlia, pur di garantire un pezzetto di dna familiare.
Non riceve in “dono” lo spermatozoo del marito del figlio. E non mette a disposizione il proprio utero, e non solo quello, per contenere una vita altrui.
C’è una notevole differenza tra il concreto e il simbolico.
Nella terra del primo, forse, con la scienza a favore o colludente tutto si può fare; nella terra del secondo no.
O per lo meno, senza che le azioni suscitino delle emozioni e delle conseguenze.
In realtà, sul piano simbolico, la nonna ha fatto un figlio con il marito del figlio gay e con un pezzetto di dna della figlia.
Insomma, una gestazione fatta in casa.
Per di più da anziana, miscelando la maternità con il suo essere nonna, e perpetuando un rapporto di grande confusività con il figlio.
“Un figlio è un dono”, e con quanta frase emblematica che inchioda al muro del silenzio, si chiude questa triste storia.
C’è una grande differenza tra dono e trofeo. Tra genitorialità e responsabilità.
Tra il regalare una borsa, un gioiello, un abito griffato e un figlio.
Forse, evitare di forzare la natura in nome del presunto amore, sarebbe un gesto di vero d’amore.
E semplificare l’adozione come gesto d’amore, sarebbe cosa buona e giusta.

Fonte: La Stampa