Una scuola della capitale annuncia che in alcuni plessi si trovano i figli dell’alta borghesia, in altre i figli delle badanti e “simili”.
Ben differenziati per ceto, per plesso e per soldi.
La differenziazione eviterà una miscellanea di modus operandi e l’alta borghesia rimarrà immune da possibili contaminazioni.
In una scuola, e per di più pubblica, dove la discriminazione dovrebbe essere la grande assente e dove il merito dovrebbe battere il ceto uno a zero, parole così offensive e mortificanti hanno dell’assurdo.
In una scuola dove si insegna con le parole, dove si insegnano le parole, dove con le parole si arriva al cuore degli alunni, proprio le parole dovrebbero essere ponderate, pensate, nonché le protagoniste assolute dei messaggi che vogliono veicolare.
Tra la descrizione e la discriminazione il passo è breve. Le parole hanno infatti un peso enorme, camminano sotto pelle e agiscono in silenzio. Nel bene e nel male.
Ci sono parole che ci rappresentano, altre che ci valorizzano, che ci accarezzano e curano, altre ancora che feriscono e ghettizzano.
Forse il figlio di una colf o di una badante mosso dal desiderio bruciante di rivalsa e di riscatto sociale, sarà affamato di studio e di vita, e sarà più motivato di qualche altro suo compagno agiato e dotato di un conto in banca ben nutrito.
L’entusiasmo, così come la negligenza, si contagiano.
Creare la razza ariana degli studenti, incarna il tentativo mal risuscito di omologazione dei talenti.
Ed è davvero un gran peccato.

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