La supplenza affettiva

Supplenza affettiva è un termine a cui sono molto legata e che ho ereditato dal meraviglioso patrimonio lessicale di un mio carissimo amico, il professore Furio Pirozzi Farina, che da qualche mese si è purtroppo trasferito altrove. La supplenza affettiva è quella condizione di compensazione di un cuore scompensato che in particolari momenti della vita o in situazioni di malinconica nostalgia mette in pratica, o in scena.
Chi sposa la supplenza affettiva come scelta di vita galleggia rispetto ai suoi bisogni più veritieri, non li mette a fuoco, non li riconosce, rimescola le carte della vita e mentre crede di scegliere l’amore – o almeno così gli sembra di fare – , sceglie il non-amore, il compromesso del cuore, la supplenza affettiva.
Gli infingardi amorosi scelgono un partner come compagno di vita credendo di avere trovato l’altra metà del cielo, ma in realtà si accontentano. Per paura, per fretta, per un eccesso di solitudine, per diventare genitori.
Non è lui (o lei) la stella cometa, ma è colui che gli è capitato dinanzi in un momento di aridità affettiva, di assordante solitudine, di intermittenza del cuore. Così, grazie (o per colpa di) a un potentissimo radar inconscio che si sintonizza con le mancanze e i bisogni, intercettano il partner supplente e lo insignano con la corona del compagno di vita.
I ragionieri del cuore o contabili amorosi non hanno vita facile perché, prima o poi, i desideri hanno la meglio sui bisogni e l’insoddisfazione occupa tutte le stanze del cuore.
Scegliere un partner per lenire la solitudine, per tappare un buco, per sostituire un partner, per dimenticarne un altro, per traghettare da un matrimonio stantio a sé stessi non può funzionare a lungo.
I supplenti e coloro che li hanno promossi a non-amori, corrosi dal gelo del legame, virano prima verso l’indifferenza e poi verso la fuga.
“Mi ero illusa. Mi sembrava tutto perfetto” mi racconta Silvia (nome di fantasia) in seduta.
“Poi d’un tratto ho sollevato lo sguardo al cielo e ho visto la luce; ho ritrovato il mio baricentro smarrito e ho ripreso a danzare sotto la pioggia e a odorare il mare” prosegue nelle sedute successive.
D’un tratto Silvia si era ritrovata e alla sua supplenza affettiva di nome Giorgio (nome di fantasia) era stata revocata la cattedra.

1 Commento. Nuovo commento

  • Questo articolo fa centro nel mio cuore più di altri. Quando ci sono bambini che non si vogliono perdere (almeno nella quotidianità), e la funzione di genitore – nella sua piena bellezza – sembra inglobare tutti i desideri, credo diventi ancora piu’ difficile revocare la cattedra al supplente.
    Da un ragioniere del cuore poco coraggioso ma suo affezionato lettore…grazie!

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