Il racconto di una mia paziente unitamente alle mie emozioni diventano un racconto.

Fammi indossare ancora quella camicia, fammela sentire addosso.
Fammi sentire al sicuro, tra le tue braccia. Regalami ancora la sensazione di poter essere fragile, di poter abbassare le mie difese sapendo che nessun tradimento e nessuna coltellata potrà farmi ancora del male.
Fa che diventi un mantello, affinché possa proteggermi dalle mareggiate della vita.
La tua camicia, grandissima e avvolgente, che mi avvolge come se fosse un lenzuolo, mi regala una sensazione di sicurezza profonda.
Quell’odore di pelle e di buono, di tuo, di certezze e fedeltà, mi cammina dentro diventando un ricordo.
La mia memoria olfattiva lo ripesca ogni qualvolta ne ha voglia o bisogno. Quando sono stanca.
Quando sono spaventata. Quando vengo aggredita dalle fatiche delle mie giornate assurde.
Il ricordo-camicia diventa un caldo abbraccio. Una sosta. Una merenda profumata e nutriente. Una dolce regressione. Il luogo dell’altrove. Una pausa dalle fatiche del vivere.
Anche nell’assenza. Anche nella distanza. Anche nell’attesa di indossarla ancora.
La tua camicia non è una camicia-armatura. Non è falsamente altro da te. Non ti fa sembrare quello che non sei.
Non hai paura che si stropicci o macchi di rossetto. È una camicia che parla per te e di te. Le sue righe azzurre sono una diga per i miei malumori. Sono autostrade che non diventano strade di campagna, che non ti fanno inciampare o deragliare.
È la tua camicia, e ricorda la tua mente e il tuo cuore.
Fammela indossare ancora, non perché abbia freddo o perché non ne abbia una, ma perché giocare a essere ancora fragili, ogni tanto nella vita, è una magia.

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