Prendi una coppia che ospita il virus della mancanza d’amore, mettila a un tavolo, servi loro una cena, e il silenzio regna sovrano.
Quante volte, al ristorante o in pizzeria, abbiamo incontrato le coppie stanche e mute? O frettolose ed emotivamente distanti? Io tante, e a me sembrano essere sempre di più.
Coppie silenti, ammantate da quell’alone grigio che le rende uniche. Facilmente riconoscibili.
Sono le coppie che non sono né felici né tristi, che non parlano di nulla, che tra un
boccone e l’altro guardano le notifiche del cellulare e non dentro gli occhi e l’anima del commensale. Che non vengono rapiti nemmeno dalla luna, se hanno la fortuna di averla sopra le loro teste.
Sono coloro che sono con il corpo qua e con il cuore altrove, molto lontano dal piatto e dal partner.
Sono sprovvisti di empatia e simpatia, di erotismo e sorrisi, di silenzi parlanti e parole. Di affetto e di emozioni.
Sono coloro che si tuffano in un piatto di spaghetti per non ascoltare l’assordante rumore del silenzio, unitamente a quello che nel tempo hanno silenziato per trasformarlo in anestesia.
Coloro che racchiudono la distanza emotiva in un boccone, e la noia in un sorso di vino.
Spesso nell’aria sopra le loro teste grava una coltre di nubi di parole taciute e taciti rimproveri.
Un frastuono silenzioso.
Unico rumore che rompe il silenzio sembra essere il tintinnio di piatti e bicchieri, che risuona in maniera amplificata perché non ammortizzato da nessun fiato.
L’arrivo del dolce rappresenta un tentativo di fuga dai dialoghi imbarazzanti e vuoti, e il conto solleva da ogni imbarazzo. Loro e mio.
Talvolta, quando vado a cena fuori, la terapeuta che abita in me non riesce a essere cieca e insensibile a cotanta sofferenza, e tra una pietanza e un’altra, mi verrebbe voglia di trasformare i loro silenzi in parole.
Ma questa volta, a stare zitta, devo essere io.