Il sole estivo e cocente ci consegna ai colori dell’autunno e alle temperature più clementi.
Il cielo azzurro diventa dal colore ondivago e sembra contenere tutti i colori delle nostre emozioni. Dalle più euforiche alle più cupe.
Le foglie da verdi e certe transitano dal giallo per approdare al rosso.
Il colore della passione e del coraggio. Novembre, per me, è il mese del ricordo che mi riporta là giù, in quelle terre buie, per non dimenticare.
È il mese del ricordo-coperta che indosso quando ho freddo.
È il mese in cui mio padre si è trasferito altrove e abbiamo smesso di telefonarci per parlarci con le parole mute dell’amore.
Era il 23, era ieri, ma è come se fosse oggi.
È il mese che ha la capacità di rimescolare i ricordi e di portarli in superficie per paura che diventino oblio.
È il mese dei defunti e degli affetti defunti. Delle perdite reali e simboliche.
Insomma, delle mancanze.
Ho sempre amato le stagioni di transito perché partono da dove tutto è già successo per portarci dove tutto può ancora succedere. L’autunno è un abbraccio mite. Ci inebria con i suoi profumi di natura e con i sapori stagionali dei rituali e delle tradizioni.
È il mese delle domeniche avvolte dal cielo plumbeo quando fa buio presto, delle caldarroste e del divano di casa. Della scrittura come terapia, e della terapia che si fa scrittura.
È il mese delle passeggiate in campagna in compagnia della natura, del silenzio distratto e dell’inconscio. Quel pozzo senza fondo che è il luogo dell’archivio, dell’inestinguibile. Quella terra misteriosa che si placa solo con la scrittura.
Ho sempre pensato che i pensieri più creativi e profondi nascano dal movimento, esattamente come sosteneva Nietzsche, forse è per questo che amo scrivere in navigazione, ai semafori, e quando vado a correre in campagna.
Grazie novembre per quello che verrà.