Chi svolge il mio lavoro cammina come un funambolo tra silenzi e parole, parole e silenzi. Tra pazienti che vogliono essere aiutati e altri che scappano, anche da sé stessi. Tra pazienti affettuosi e riconoscenti, e chi difende le proprie paure diventando aggressivo e sprezzante, soprattutto con chi vorrebbe aiutarlo.
Il silenzio in terapia ha un ruolo centrale. È un silenzio pieno, mai distratto o giudicante. È un silenzio che ascolta. Un silenzio parlante.
È quel silenzio che cede il passo al pensiero; che si inchina davanti alla sofferenza del paziente.
Che ascolta e che cura.
Le parole, invece, vanno dosate. Sempre. Mai una in più, mai una in meno. Mai troppo presto, né troppo tardi. Paziente per paziente, coppia per coppia. Istante per istante.
Le parole vanno pronunciare al momento giusto, quando il paziente ha orecchie per sentirle e la psiche sgombra dalle nuvole nere per accoglierle.
Nella stanza dei nostri studi succede una magia: il paziente si fida e si affida al clinico, e il clinico è affettuosamente interessato – non incuriosito – alla vita del paziente.
Si tratta di transfert e di controtransfert.
Nessun terapeuta è perfetto, cosi, può capitare che non scatti la magia con tutti i pazienti.
A volte ci vuole del tempo, altre volte si danza tra vicinanza e paura, tra emozioni e censura. Altre volte, solitamente molto di rado, non scatta nulla.
Questo accade quando il paziente è maleducato e irriverente, quando chiede aiuto ma in realtà non lo vuole, quando esige risposte lapidarie e facili soluzioni. Quando viene in consultazione perché minacciato di divorzio imminente. Quando, soprattutto al tempo del web, accorcia le distanze e infrange quel patto tacito di segretezza e di alleanza che abita esclusivamente la sacralità dello studio.
Il mio lavoro è un lavoro duro: bisogna essere più che fare. Gli studi sono indispensabili, ma il lavoro su sé stessi diventa il prerequisito da cui partire. Anche noi, a nostra volta, siamo stati pazienti. E l’analisi personale non termina mai.

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