Le sedie vuote, le sedie piene

Natale è un amplificatore di tutto. Di felicità e di infelicità. Di assenza e di presenza. Di sedie vuote e di sedie piene. Con le sue lucine spietate e il suo profumo di cannella ti inchioda a quello che ti manca e a quello che hai. A quello che non sei, e che vorresti essere, e a quello che sei.
Non si sa per quale misterioso motivo a Natale tutto fa più male. Tutto è più intenso, più spietato. Durante questo tempo sospeso che è dicembre accadono tante cose, soprattutto dentro di te, non tutte belle.
Le ferite che hanno già avuto il loro tempo di guarigione, a Natale, si riaprono. Risorgono dall’oblio, lucidate per la festa.
Alcuni pensieri maldestri che erano ormai in esilio, fuori da te, tornano a disturbarti. Accade di tutto, a dicembre.
E poi ci sono le sedie vuote. Quelle sedie che avevi imparato a guardare senza dolore perché ti eri esercitata ad abitare la distanza, ad accarezzare l’assenza, e ci eri riuscita.
Non si sa perché a Natale quelle sedie vuote diventano parlanti, fanno male, anzi malissimo, e offuscano quelle piene.
Natale è così: è un lasso di tempo dilatato intriso di mancanze e di presenze. Di mancanze che diventano presenze e di presenze che non si rassegnano, e mentre non si rassegnano si consegnano alle mancanze, alle sedie vuote.

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