Guadava felice un fiume. Odorava, mangiucchiava, prendeva il sole. Non era sola. Era meravigliosamente in compagnia: aveva il suo piccolo a bordo.
Madre e figlio erano due elefanti: un’elefantessa e il suo piccolo elefante in utero.
Il baby-elefante nuotava in utero, mentre lei nuotava nel fiume. Durante il loro cammino, purtroppo, si sono imbattuti nella cattiveria dell’uomo. L’elefantessa ha ingerito un inaspettato frutto farcito di esplosivo, un ananas-mina.
Madre e figlio sono morti nella sofferenza più atroce, travolti dalle fiamme e dalla sofferenza.
Questa mattina mentre leggevo La Zampa, de La Stampa, un pugno in pancia si è trasformato in un nodo in gola che mi ha obbligata a sentire quello che hanno sentito madre e figlio, e a vergognarmi di essere umana.
Se penso alla mamma elefante, da mamma, penso a quali emozioni e paure avrà provato quell’elefantessa.
L’ingestione di quel frutto, il dolore, le fiamme, l’ustione, la paura, la morte. E il piccolo ignaro, non oso immaginare come si sarà sentito in quello struggimento di liquido amniotico e corpo ustionato, di fiamme e lacrime (gli elefanti piangono), di distruzione e morte.
Una morte che proprio perché stava crescendo una vita non era assolutamente contemplata.
Quando aspettavo mia figlia e mancava pochissimo per la sua nascita, avevo paura. In preda alla tempesta ormonale pensavo che non l’avrei mai voluta partorire. Temevo per la sua incolumità, avevo paura che il mondo senza di me, senza il mio ventre che la proteggeva, sarebbe stato sin troppo pericoloso per lei.
Questa storia così drammatica rappresenta uno dei pochi casi in cui un bambino è più a rischio dentro che fuori dal corpo della sua mamma.
Spero che almeno adesso, ovunque si trovino, possiamo giocare insieme e accarezzarsi con le loro buffe proboscidi.
Fonte: La Zampa La Stampa

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