La psiche dei mie pazienti (uomini e donne) ammalati di coazione a ripetere trasformate in racconto.

Sentivo che la ricaduta era dietro l’angolo. Che il cuore iniziava a battere all’impazzata senza chiedermi il permesso. Che il baratro si stava configurando all’orizzonte.
Il percorso era sempre lo stesso, e la speranza sempre più rada.
La mia vita non sarebbe cambiata di molto se io non avessi deciso di cambiare davvero. Ero sbagliata e sceglievo amori sbagliati.
“Accidenti alla mia coazione a ripetere!”, avrebbe detto la mia terapeuta.
Ma io la conoscevo bene e mi ero anche affezionata a lei. Era un navigatore, un’amica fedele. Mi prendeva per mano – anzi per le viscere – e mi conduceva sempre lì. Al mio sbaglio preferito.
Al mio errore di felicità.
Sapevo bene che era colpa mia, ma non avevo idea di come parlare con lei. La mia coazione a ripetere parlava soltanto con lei: con la mia dottoressa, e lei riferiva a me. Ma in questo travaso di informazioni qualcosa si smarriva per strada.
Sapevo bene come sabotare la terapia, ero una perfetta terrorista del benessere e degli amori sani. Costruivo bombe e disseminavo trappole, sempre e soltanto per farmi del male da sola.
Lui era andato via da me, per l’ennesima volta. Io non capivo ma perseveravo. Perdonavo e aspettato. Lo sognavo e lo desideravo. Perdutamente.
Volevo tutto e il contrario di tutto. Volevo lui, perdendo me.
La mia gestione del distacco era complicata: sentivo il solito buco allo stomaco che si impossessava di me, di tutte le stanze della mia vita, e quella piccola parte nuova di me stessa che era nata grazie alla terapia, era troppo fragile per poter difendere la vecchia me.
La vecchia me era orgogliosamente testarda e perseverativa, conosceva bene la strada da non prendere e gli sbagli da non fare, ma sceglieva sempre di percorrerli. Ancora e ancora.
Conosceva la sofferenza e lo strazio, le vette e gli abissi, ma nonostante ciò, le strade alternative non erano di suo gradimento.
Ogni qualvolta la mia nuova me, frutto della terapia e della sofferenza, della presa di coscienza e della ragione, decideva di proteggere la vecchia me, succedeva un cataclisma: una crisi di coppia in itinere. Una lotta intestina tra il bisogno e il piacere. Tra il passato e la speranza di un futuro migliore. Tra le emozioni provate e il deserto emotivo. Tra la testardaggine e la volontà. E ci ricadeva ogni volta.
Ogni volta, ciclicamente, mi ritrovavo tra le sue braccia. Braccia sbagliate che da lì a breve mi avrebbero stritolata per l’ennesima volta. E rubato l’anima ancora una volta.
In fondo lo sapevo già, ma concedevo al mio grande amore un’ultima menzogna.